giovedì 2 ottobre 2008

Il senso della vita di Woody Allen

Potrebbe essere la soluzione...
La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchetetracchete il trauma è bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.
Woody Allen

lunedì 29 settembre 2008

Quelli del rugby di M. e M. Bergamasco e L. Capizzi

“Quelli del rugby. Fango, mete e fairplay: i segreti dello sport da bestie giocato da gentiluomini”, di Mauro e Mirco Bergamasco e Lia Capizzi, Edizioni Rizzoli.
I fratelli Mauro e Mirco Bergamasco, rispettivamente flanker e tre quarti centro della nazionale azzurra, e Lia Capizzi, giornalista sportiva, ci prendono per mano e ci accompagnano nel mondo del rugby, passando attraverso le regole, la storia, le curiosità, gli aneddoti, le esperienze e le emozioni vissute dentro e fuori dal campo di gioco e narrate direttamente dalla voce dei due fratelli. Al centro del libro, un mazzetto di fotografie, che Mauro e Mirco direbbero tratte dall’album di famiglia, completamento iconografico del viaggio.
Definirei questo libro un piccolo vademecum per chi si voglia accostare a questo meraviglioso e nobile sport.
Per me è stata la prima volta: ci voleva il rugby (qualcuno malignerà che è solo responsabilità dei due aitanti “autori”) per accostarmi ad un libro interamente dedicato ad uno sport. Leggendo questo libro ho imparato che il rugby è uno sport nobile, che ha una lunga tradizione; ho imparato che il rugby è un po' una metafora della vita: tutti noi abbiamo una meta alla quale tendere. Raggiungerla non è sempre facile, ci sono diversi ostacoli da superare, bisogna contare sull'aiuto di chi ci è vicino, a volte bisogna tornare sui propri passi per potere riprendere ad andare avanti e, come nella vita, nessuno ti regala niente per niente. Ma soprattutto ho imparato che il rugby e i suoi giocatori sono portatori di valori importanti, spendibili nella vita di tutti i giorni, come il rispetto per l'avversario, il sacrificio, il coraggio, la passione e un grande cuore.
Il libro si presenta come un'operazione simpatica e, giustamente, senza troppe pretese di insegnare qualcosa a qualcuno, c'è solo la voglia di raccontare per incuriosire il lettore. E, devo dire, che hanno centrato l'obiettivo. Forse perché io non ne sapevo nulla di questo sport, mi sono interessata alle loro parole, soprattutto perché il racconto in prima persona dei giocatori serve anche a sfatare alcuni miti e luoghi comuni. Si scopre, allora, che i rugbisti non sono dei “mangioni”, ma seguono una dieta molto equilibrata; che il terzo tempo è sì il momento di svago, ma mai sopra le righe; che l'immersione in una vasca ghiacciata dopo una partita non è masochismo; che è vero che il rugby è uno sport giocato da gentiluomini, perché è uno sport duro, ma mai violento, perché dopo ottanta minuti di botte, gli avversari si stringono la mano con rispetto.
Mi è piaciuto perché Mauro e Mirco sono ragazzi semplici, che sembrano avere ancora uno sguardo puro ma allo stesso tempo disincantato nei confronti del mondo e della vita, si aprono senza problemi a raccontare anche qualcosa di sé e delle loro emozioni. Ci confessano che il pensiero, dopo ogni partita, va alla mamma, preoccupata che i due figli escano dal campo con le proprie gambe; si confidano nel raccontare la difficoltà di conciliare uno sport professionistico, che non ti assicura un futuro, con lo studio; non ci nascondono che i primi tempi nella loro squadra, lo Stade Français, sono stati difficili, perché li chiama(va)no “les ritals” (termine dispregiativo per indicare gli italiani) perché non parlavano bene la lingua e, diciamolo, spezziamo una lancia in favore dei ragazzi, perché i francesi, anzi i parigini, sono geneticamente antipatici!
Uno sguardo ancora puro, sì... anche se mi sembra che ogni tanto faccia capolino tra le righe il loro compiacimento (in senso buono, si intenda) per essere stati paparazzati o per essere stati ospiti a questa o quella trasmissione televisiva. Dicono che tutto questo è frutto dei loro sforzi per far conoscere il rugby, ma siamo davvero sicuri che tutto questo faccia bene al rugby? Secondo me uno sport del genere non ha bisogno di tutto il contorno mediatico e frivolo per essere apprezzato e amato. E' proprio perché fino ad oggi è stato lontano da tutti questi meccanismi che è uno sport nobile. E che ha molto da insegnare, non solo sul campo da gioco. Non vogliamo che diventi una brutta copia del calcio. Non vogliamo che questo o quel rugbista sia riconoscibile perché sta con una velina o perché è bello. In soldoni: non vogliamo che diventino dei divi. Adesso i giocatori sono riconosciuti per il loro valore in campo, perché eccellono nel loro sport e secondo me è questa la strada da percorrere. Il calcio e i calciatori hanno solo da imparare. E al momento i due sport non c'entrano nulla l'uno con l'altro, sono due mondi diversi, che spero rimangano separati. L'accostamento non può che essere una contaminazione negativa.

venerdì 26 settembre 2008

La Galleria Borghese

Questa estate, durante la mia trasferta romana, ho visitato la magnifica Galleria Borghese, che mi ha lasciato senza fiato sia per la bellezza del posto (il museo si erge al centro di uno splendido parco, di proprietà dei Borghese già dalla fine del ‘500, sito nel quale è stata identificata anche la posizione dei giardini di Lucullo - o horti luculliani ), che delle opere.
Però....c'è un però...
Una fanciulla con l'ormoncino che già balla la rumba per via del fatto di essere a Roma, la capitale italiana del 6 Nazioni, fa la brava, cercando di mettere a tacere i bollenti spiriti e dedicandosi alla cultura....e dove ti va a sbattere?? in opere che definirei pornografiche! Eh, sì, io mi aspettavo di vedere quadri di Santi, Cristi morti e Madonne e sono incappata in ninfe adoranti sulla soglia dell'orgasmo, puttini ammiccanti e corpi marmorei di begli dei (ogni riferimento è puramente casuale...)
Cominciamo con la Danae del Correggio, che fa parte del ciclo (e sottolineo che c'erano tutti i quadri, dico tutti...) degli amori di Giove (allego in calce le foto delle opere incriminate). Guardate bene questa adorabile fanciulla, sul letto, in estasi con il puttino che le scosta il lenzuolo e Giove che si insinua in forma di pioggia. Ma insomma, una a cosa deve pensare? Ma al proprio rugbista preferito, naturalmente! Lascio a voi e alla vostra capacità immaginativa fantasticare su cosa succederebbe in quel lettuccio ricoperto di morbide lenzuola...
E Leda che guarda sardonica il cigno? No comment! E l'orgasmo di Io dove lo mettiamo?????
Vabbè, mi sono detta, è la prima sala, adesso passeremo a opere più innocue....e invece no! Che cosa mi si para davanti? Il gruppo marmoreo del Ratto di Proserpina del Bernini! Eh, no, eh, no, eh nooooo! Concentratevi, per favore, sulla foto: avete notato con che forza erotica lui la avvinghia e la porta via? Le mani possenti (e scommetto morbide..) di lui che la afferrano con vigore, affondando nella carne...badate bene, sottolineo carne e non marmo, data la perizia del sommo artista. Ma secondo voi Proserpina sarebbe fuggita se avesse osservato bene il nostro possente Plutone? Mi sa di no.
Ecco, io già mi vedevo avvinghiata al corpo del rugbista di cui sopra, che, tra le sue maschie braccia, mi porta via e all’ombra di un pino marittimo si concede un po’ di svago…
Il paragone è d’obbligo: sembra proprio che Bernini abbia avuto come modello uno dei Dieux du Stade, uno a caso… Mauro! con le spalle muscolose, la schiena tesa, gli addominali scolpiti, i glutei sodi...e non aggiungo altro!Passando nella stanza di fianco, mi si para davanti, sempre di Bernini, il David. Aridaje....Mirco! agile ed atletico, con pure i ricciolini (...).
Ma quando finisce 'sta tortura, penso tra me e me...ancora Bernini: Apollo e Dafne, due figure di infinita bellezza e leggiadria. Lui tenta di afferrarla, ma lei si sta già trasformando in alloro. Apollo, bello e sensuale, la cinge dolcemente....Poi, PER FORTUNA, arrivo alla Paolina Borghese del Canova, la diva della mostra, adagiata sul triclinio, con uno sguardo rassicurante, calma, perfetta. Meno male, i bollenti spiriti sono rientrati in zona Cesarini, o, forse, dovrei dire in prossimità della linea di meta…










giovedì 25 settembre 2008

La miglior vendetta di E. George

"La miglior vendetta" di Elizabeth George, Edizioni Piemmepocket. Titolo in originale Payment in blood.
Una compagnia teatrale londinese si riunisce nel castello di Westerbrae, in Scozia, per leggere un nuovo testo da mettere in scena. Dopo una serata di litigi, l'autrice della pièce, Joy Sinclair, viene trovata morta nel suo letto, pugnalata al collo. New Scotland Yard manda in tutta fretta sul posto l'ispettore Thomas Lynley e il sergente Barbara Havers. Il caso è molto delicato: nell'omicidio sono coinvolte personalità del mondo teatrale, persone di alto rango e Helen Clyde, la donna di cui è innamorato l'ispettore. Il movente del delitto affonda le radici nel torbido passato di molti ospiti del castello e l'ispettore Lynley si trova coinvolto in vecchi scandali di famiglia e diversi colpi di scena.
Che dire di questo libro? bello, bello, bello!! Sarà per la trama (una compagnia di attori riunita in un castello scozzese per provare un dramma è molto appetibile), ma il libro mi ha coinvolto dalla prima all'ultima pagina! Questa è la Elizabeth George che mi ricordavo: avvincente, ogni fine capitolo ti lascia in una suspense continua. Insomma, è un thriller ben costruito, corredato da diversi e spiazzanti colpi di scena nelle pagine finali. Un plot degno di Agatha Christie! Eh, sì, in questo romanzo la George trae spunto da Agatha, per le atmosfere tipicamente inglesi e per le modalità di svolgimento del delitto: l'assassino si cela tra uno dei membri del cast, così anche noi possiamo "tirare e indovinare" chi può essere stato.
Lo consiglio a chi piacciono i gialli in tipico stile inglese, ma con un tocco di modernità. Sì, perché i personaggi della George sono più veri e non stereotipi come quelli della Christie. L'ispettore Lynley, il protagonista, è un uomo con le sue paure, i suoi dubbi e incertezze; non è di certo "perfettino" come Poirot!
All'inizio del libro, devo ammetterlo, mi è venuto a volte da ridere: la compagnia di attori, i loro comportamenti viziati e da bambini cresciuti (vi dico solo che la prima attrice, alla notizia della morte dell'autrice, si preoccupava soltanto del suo contratto) mi ricordavano troppo Bosetti &C. Però, giuro, non ho preso spunto dal libro per uccidere qualcuno degli attori!!
Una cosa strana: il romanzo è presentato sulla copertina come uno degli ultimi scritti dalla autrice, ma l'ispettore non è ancora sposato con la sua bella, siamo appena all'inizio della loro storia d'amore: come è possibile? In "Cercando nel buio", il libro pubblicato prima di questo, sono sposati da tempo e lei è incinta!! Mi chiedo, ma i critici li leggono davvero i libri??? Mi sa di no: non si sono neanche accorti che in ogni romanzo la vita dei protagonisti procede?? Mah...!
Una nota sul titolo in traduzione. Mi piacciono di più i titoli in italiano: quelli originali suonano così "apocalittici"!!! Per una volta i traduttori non si sono lasciati prendere la mano...

Notizie da un'isoletta di B. Bryson

"Notizie da un'isoletta" di Bill Bryson, Edizioni Guanda, titolo in originale Notes from a Small Island.
Annoverato tra la letteratura di viaggio, "Notizie da un'isoletta" racconta del tour di addio dell'autore alla Gran Bretagna. Dopo avere vissuto per quasi vent'anni in Inghilterra, Bryson decide di tornare negli Stati Uniti, suo paese natale. Ma prima vuole dare un'ultima e nostalgica occhiata di addio all’ isoletta del titolo, che è stata la sua seconda patria per molto tempo.
Così in sette settimane, zaino in spalla, risale da Dover a John O' Groats (nell'estremo nord dell'Inghilterra), toccando diverse località più o meno conosciute: Londra, Oxford, Leeds, Liverpool, Blackpool, Durham, Edimburgo, Aberdeen, Inverness, Glasgow, Carlisle e altre ancora (all'inizio del romanzo c'è una interessante cartina dell'Inghilterra con tutte le località visitate dal nostro autore). Il tutto in treno, in autobus o persino a piedi.
Il romanzo è stato definito una "corposa istantanea della Gran Bretagna", fotografata naturalmente con humor, curiosità e grande sensibilità. Sono d'accordo con questa definizione. Il libro è effettivamente un affresco che descrive i pregi e i difetti di questa piccola ma grande nazione. L'occhio di Bryson è attento ai diversi particolari delle città inglesi e ce le fa scoprire da un punto di vista personale, a volte disilluso, a volte sognante e a volte molto umoristico.
A proposito di quest'ultima riflessione, ho trovato divertente la descrizione della cartina della metropolitana di Londra, "disegnata", secondo Bryson, " con l'ordinata precisione di un circuito elettrico", che ricrea una città sotterranea che non ha nulla a che vedere con la Londra reale, caotica e disordinata. In poche parole: se dovete andare da Bank Station a Mansion House, dovete prendere la Central Line fino a Liverpool Street, cambiare per la Circle Line, direzione est e fare altre cinque fermate. Una volta usciti dalla metro, vi renderete conto di essere avanzati di duecento metri sulla stessa strada...
Anche l'osservazione riguardo i nomi esotici delle stazioni mi trova d'accordo: "sopra di voi non c'è una città, ma un romanzo di Jane Austen". Verissimo!! I nomi delle stazioni sono tutti molto affascinanti: Blackfriars, Oxford Circus, Swiss Cottage, White City, tanto per citarne alcuni; beh, niente a che vedere con le fermate della linea gialla milanese...! (la più esotica è porto di mare, fate voi...)
Per il resto, mi ha affascinato la descrizione, molto commovente, devo dire, della cattedrale gotica di Durham.
Ero incuriosita dalla descrizione delle città e dei paesaggi scozzesi, ma sono rimasta un po' delusa: è come se l'autore si fosse affrettato a concludere il libro, perché le ultime località sono descritte in poche parole.
Nel complesso il libro mi è piaciuto, anche se non condivido tanto lo spirito con il quale è stato scritto: tornare nelle località della propria giovinezza per dare l'ultimo saluto, è come tornare un po' sul luogo del delitto. E' meglio conservare il ricordo dei luoghi che ci hanno resi felici nel nostro cuore.
Lo stile narrativo dell'autore mi ha ricordato molto Beppe Severgnini, ma Bryson è sicuramente più arguto e uno scrittore di maggiore peso, tratta gli argomenti meno superficialmente. Il romanzo, infatti, è scritto bene, è piacevole, lo consiglio, soprattutto agli amanti dell'Inghilterra.
Infine, ho scelto di leggere questo libro un po' per l'argomento, un po' perché mi ha attirato il titolo (simpatico), un po' per la copertina (la mia debolezza...) e un po' perché mi sono lasciata guidare dalla casa editrice. La casa editrice Guanda, infatti, pubblica molti libri di scrittori inglesi di talento, tra i quali cito solo Nick Hornby (l'autore di "About a boy", "Febbre a 90").

martedì 23 settembre 2008

Non buttiamoci giù di N. Hornby

"Non buttiamoci giù" di Nick Hornby, Guanda Editore, titolo in orignale
A Long Way Down.
La notte di Capodanno, in cima ad un palazzo di Londra, si incontrano per caso quattro sconosciuti. Non hanno nulla in comune, tranne il fatto che vogliono buttarsi di sotto. Martin è un famoso conduttore televisivo che si è giocato la carriera andando a letto con una minorenne. Maureen è una donna che ha dedicato la sua vita al figlio gravemente disabile. Jess, adolescente sboccata e molesta, vuole farla finita perché il fidanzato l' ha mollata. L'ultimo è l'americano JJ, un musicista fallito e deluso dalla vita. Dopo una serie di fatti curiosi, i quattro decidono di scendere dal tetto e di affrontare insieme il difficile compito di ricominciare a vivere.
Romanzo corale, non è uno dei migliori di Hornby, anche se il tema trattato porta ad una serie di riflessioni interessanti. Ad esempio: chi pensa al suicidio? Le persone sensibili, anzi direi quelle troppo sensibili per vivere. Come dice uno dei protagonisti del libro:
" Alcuni che sono morti, gente troppo sensibile per vivere: Van Gogh, Virginia Woolf, Jackson Pollok, Primo Levi, naturalmente Kurt Kobain. Alcuni che son vivi: George W. Bush, Arnold Schwarzenegger, Osama Bin Laden. Mettete una crocetta di fianco alle persone con cui potrebbe piacervi bere qualcosa, e poi guardate quali stanno tra i morti e quali tra i vivi..."
Ho sempre considerato le persone inclini al suicidio come persone molto profonde che avessero motivazioni altrettanto profonde per "buttarsi di sotto". Questo libro, invece, mette in scena quattro persone normali che conducono una vita normale, ma con il male di vivere. Le loro motivazioni non sono grandi motivazioni, sono spinti al suicidio anche da cause banali (il fidanzato mi ha mollato e voglio farla finita) . Ma non importa quale sia la motivazione; queste persone non hanno nulla a cui aggrapparsi, non vedono alcuna luce che li guidi dal fondo del baratro in cui sono caduti. Non ci vogliono grandi motivazioni per farla finita, basta soltanto la motivazione di non avere neanche una pur minima scappatoia. Allora la mia domanda è: perché si arriva a tutto questo? perché alcune persone non riescono a sopravvivere? chi riesce a sopravvivere? Come ha detto una volta il mio insegnante di cinema (il mitico Carlo Cesaretti), il mondo che ci circonda è uno schiacciasassi e quelli che sono troppo sensibili, fanno il doppio della fatica rispetto ai superficialoni a trovare il proprio posto e uno scopo nella vita.
La morale, alla fine, è sempre quella: non si riesce a sopravvivere senza l'aiuto delle persone che ci circondano.
Il personaggio di JJ è l'alter ego di Hornby. Le sue riflessioni sono molto più sentite di quelle degli altri personaggi. Lo stile di scrittura si adatta a seconda del personaggio. Hornby si cala al cento per cento nella psicologia del personaggio, e per questo motivo è a tratti difficile da seguire, soprattutto i dialoghi in slang giovanile.
Consiglio il romanzo a coloro che sono su di morale! Certo non è una passeggiata leggerlo, perché, come ho detto prima, scava parecchio a fondo. Vale comunque la pena.

Cercando nel buio di E. George

"Cercando nel buio" di Elizabeth George, TEA Edizioni. Titolo in originale A Traitor to Memory.
La storia ha inizio a Londra in una notte buia e tempestosa: una donna, Eugenie Davies, viene travolta intenzionalmente da un'auto sbucata dall'oscurità. Chi e perché ha ucciso la madre del famoso violinista Gideon Davies? Forse questo ha a che fare con il fatto che il violinista è stato colpito inspiegabilmente da una grave forma di amnesia che da mesi gli impedisce di suonare?
A seguire il caso c'è Thomas Lynley, ispettore di New Scotland Yard e la sua aiutante, Barbara Havers.
Ho letto diversi libri della George e questo non mi ha entusiasmato molto: ho fatto fatica ad arrivare in fondo. Sono ben 737 pagine e solo nelle ultime 100 la vicenda riesce ad appassionare un po'.
L'ambientazione del romanzo, come tutti quelli dell'autrice, è inglese. I protagonisti sono sempre gli stessi: l'affascinante ispettore di New Scotland Yard, Thomas Lynley, naturalmente bello, ricco e nobile (potrebbe tranquillamente ritirarsi a fare il Lord di campagna nella sua proprietà in Cornovaglia), sposato con una Lady (...). Il braccio destro dell'ispettore è il sergente Barbara Havers, la tipica donna grassoccia, bruttarella, un po' avanti con l'età , ovviamente zitella. Infine, i coniugi St James (la coppia felice...), che aiutano i due personaggi principali nelle indagini.
"Cercando nel buio", come ho detto prima, è un po' noioso. I capitoli dedicati alle indagini (pochi e brevi) si intervallano con capitoli in cui si concentra l'attenzione sul violinista: lunghe e barbosissime sedute psicoanalitiche, nelle quali il ragazzo va alla ricerca del perché ha avuto questo blocco nel suonare. Tutto questo dovrebbe essere funzionale alla narrazione e svelare a poco a poco come sono andati realmente i fatti e farci capire chi è il colpevole. In realtà non è così: l'autrice, secondo me, non riesce a creare la giusta tensione e suspense. Infatti ho scoperto l'assassino e le motivazioni che lo hanno indotto ad uccidere circa a metà del libro.
Non mi è piaciuto, insomma, il modo in cui la George ha dipanato la matassa: la storia è molto incentrata sul violinista e poco sulle indagini. Il caso è sì risolto, alla fine, dagli investigatori, ma il tutto è svelato dalle sedute psicanalitiche del ragazzo. Scotland Yard non fa altro che arrestare, alla fine, il colpevole. C'è poca azione e troppa psicologia.
Quello che mi piace di questa scrittrice è che ha un modo di scrivere molto realistico, poco romanzato, a volte, addirittura, molto crudo, nel descrivere le situazioni. Mostra la realtà, anche la più scomoda, così com’ è. I problemi di scottante attualità, infatti, che riguardano la nostra società, sono affrontati come realmente sono e si presentano. Tanto per citarne alcuni: i giovani e la droga, la vivisezione degli animali, l'alcolismo.
I personaggi sono tutti ben definiti da un punto di vista psicologico. Dei protagonisti, in particolare, si dice molto sulla loro vita. In ogni romanzo la vicenda personale dei protagonisti procede, non rimane sempre la stessa. Infatti i libri della George andrebbero letti in ordine cronologico.
Questo è interessante, perché il personaggio non rimane fossilizzato e stereotipato nel suo carattere, ma si evolve con l'evolversi della sua vita personale. In ogni romanzo il personaggio acquisisce sfaccettature diverse. E' interessante, a mio avviso, che l'autrice sviluppi, parallelamente alle indagini, la vita dei personaggi principali.