giovedì 24 luglio 2008

Sushi per principianti di Marian Keyes

"Sushi per principianti" di Marian Keyes, Edizione Super Tascabili Sperling. Titolo in originale Sushi for beginners.
La trama: Lisa, molto sexy (bella, alta, bionda e con gli occhi azzurri) e molto grintosa lascia Londra per Dublino, dove viene spedita dal suo editore per il lancio di una nuova rivista femminile. Lasciare Londra per Dublino, città di provincia, è una tragedia per lei, sia dal punto di vista lavorativo (puntava al trasferimento nella grande mela) che psicologico: una donna super-trendy in un buco di città. Ad attenderla a Dublino c’è Ashling (co-protagonista del libro), il suo esatto contrario: ansiosa, con poca fiducia in sé stessa e decisamente poco appariscente. Nel periodo che precede l’uscita della rivista succede proprio di tutto e conosciamo altri personaggi che fanno da sfondo alla vita delle due ragazze.
Il romanzo mi è piaciuto molto. Lo ho comprato principalmente perché è ambientato a Dublino. Vi devo confessare che ho letto il libro tenendo ben aperta sotto di esso la cartina della città. Ogni volta che si parlava di questa o quella via di Dublino, di questo o quel monumento, con aria nostalgica, ripercorrevo con la memoria i luoghi visitati nel classico week end mordi-e-fuggi!
Mi chiedevo: questa è la mia reazione alla visita della città: sono rimasta affascinata da Dublino e l’Irlanda la considero un posto magico e bellissimo, con la sua campagna verde smeraldo e le sue suggestive scogliere a picco sul mare. La protagonista, londinese, la considera (e qui cito l’autrice) un “città di merda”. E’ interessante notare come noi (io) ne abbiamo una visione romantica, mentre gli inglesi la detestano e la considerano una città di provincia. Anche noi milanesi, come i londinesi, viviamo in una grande città europea (tra l’altro grigia, piovosa e umida per la maggior parte dell’anno, proprio come Londra) e non abbiamo la stessa impressione di Dublino. Forse passarci un lungo periodo lavorativo e viverci può dare davvero l’idea di vivere in provincia, in una città che non ti può dare più di tanto. Trasferirsi a Dublino per i londinesi sarà come trasferirsi nel profondo sud per noi milanesi??
Leggendo i commenti di altri lettori del libro, molti lamentano una brutta traduzione e tagli rispetto alla versione originale. Pare che i libri sfornati dalla Keyes siano veri e propri tomi di molte pagine. La versione italiana ha 430 pagine, in più in versione tascabile, quindi di formato ridotto. E’ dunque possibile che del libro originale sia rimasto ben poco. Ad aggravare questa situazione c’è anche una pessima traduzione: termini inglesi tradotti male che alterano la fisionomia del personaggio. Pare non venga fuori la capacità introspettiva dell’autrice, che non dà vita a personaggi stereotipi, ma a persone che si possono incontrare nella vita di tutti i giorni.
Io non ho letto romanzi in lingua originale della Keyes, quindi non posso fare paragoni. Posso solo dire che i personaggi sono più credibili rispetto ad altri in romanzi del genere. In particolare: ci vengono presentate diverse figure femminili che sono la diversa casistica di donna over 30 al giorno d’oggi. Mi spiego meglio: incontriamo Lisa, la donna super-sexy in carriera; Ashling, la ragazza timida e impacciata, bruttarella e insicura, alla ricerca dell’eterno lavoro dei suoi sogni; Clodagh, mamma un tempo bellissima, ora sposata e alle prese con due marmocchi; Trix, la segretaria svampita; Joy, la vicina di casa amica del cuore e diverse altre. Questi personaggi femminili mi sembrano ben delineati, anche se, a volte, devo ammetterlo, è come se mancasse qualcosa.
Ovviamente, alla fine del libro arriva, immancabile, l’happy end: ognuno trova, dopo varie vicissitudini, quello che stava cercando all’inizio della storia. Manco a dirlo, Ashling acchiappa il mega-direttore della rivista per la quale lavora e che è così scontatamente bello, ricco e misterioso…
Io mi chiedo: queste autrici sono così brave a delineare in modo realistico le ansie, le speranze, i sogni di noi fanciulle trentenni, e poi cadono miseramente sullo sviluppo della trama. Ma perché, per una volta tanto non ci raccontano che la protagonista si mette con un tipo normale, che fa un lavoro normale, di aspetto normale??? Perché ci illudono che si può sempre aspirare al top, al principe azzurro? E qui torniamo al vecchio, caro discorso delle vendite e dell’immedesimazione delle lettrici. Ma che me lo chiedo a fare. Se anche i libri di svago ci devono ricordare quanto è dura la vita sentimentale e/o lavorativa al giorno d’oggi, effettivamente ci deprimeremmo subito!
Mi sono chiesta del perché questo titolo, originale, a mio avviso. Nel libro i due personaggi super-trendy (Lisa, la biondona sexy e il suo capo, l’affascinante ed enigmatico Jack) adorano mangiare sushi in ufficio in pausa pranzo, mentre gli altri personaggi “normali” li guardano schifati. Alla fine anche la scettica Ashling verrà iniziata a questo cibo esotico e molto particolare. Secondo me il sushi rappresenta una sorta di metafora: potrebbe significare la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, insolito, fuori dagli schemi. Oppure sushi può essere sostituito con parole come amore, vita; allora diventerebbe amore per principianti? La vita per principianti? Quindi un amore travolgente mai provato prima, una vita nuova e interessante . Mah, magari sono tutte mie congetture e il titolo è stato dato dall’autrice per tutt’altro motivo o per nessun motivo, solamente perché suonava bene intitolare il libro così!

lunedì 23 giugno 2008

La regina della casa di S. Kinsella

“La regina della casa” di Sophie Kinsella, edizioni Mondadori Oscar Bestsellers, titolo in originale The Undomestic Goddess .
Comincio subito col dire che la storia è un vero e proprio plagio! L'avete visto il film "Baby Boom" con Diane Keaton? se non l'avete visto, ve lo riassumo brevemente io: una donna newyorkese in carriera sta per diventare socia di una importante società d'affari, quando una sua lontana cugina, morendo in un incidente stradale, le lascia in eredità la figlia di 2 anni. La nostra "Tiger Lady" si rende improvvisamente conto che il suo orologio biologico si è messo a ticchettare, si scopre madre affettuosa, si trasferisce nel più umano Vermont, allaccia una relazione con il veterinario del paese e vissero tutti felici e contenti.
Mutatis mutandis, la storia della Kinsella è identica: una brillante fanciulla avvocato di Londra sta per diventare socia dello studio più prestigioso ed in vista della città, quando, a causa di un banale errore di procedura, viene licenziata in tronco. Scontato dire che la ragazza scappa dalla città (era più credibile il Billy Christal in crisi in "Scappo dalla città" che ritrovava se stesso facendo il mandriano) e finisce a fare la donna delle pulizie nel Glouchestershire (più o meno è come dire da noi Mandrino di Vidigulfo, o giù di lì...).
Naturalmente la nostra protagonista Samantha si innamora perdutamente dell'aitante giardiniere, muscoloso, abbronzato, dolce, comprensivo (bla, bla, bla...) che scopriamo in seguito aver fatto l'università di agraria e di essere padrone dei pub di mezza città... che sciocchini, davvero credevate che la nostra supergirl si innamorasse del buzzurro di provincia??!!
Diciamo che il romanzo si legge bene, è molto scorrevole e divertente: Samantha non sa assolutamente nulla di cucina e vederla alle prese con la preparazione di improbabili cene è tutto da ridere. Anche se non sono del tutto d'accordo con lo stereotipo della donna in carriera che non sa neanche come fare un caffè.
La storia regge bene fino verso la fine, dove l'autrice cade rovinosamente e continua a rotolare per le successive cinquanta pagine, fermandosi ancora una volta allo scontatissimo e zuccherosissimo happy end.
La caratterizzazione dei personaggi, d'altra parte, è fatta bene ed è divertente, soprattutto la coppia stile "americani di provincia" presso la quale Samantha va a lavorare: sempliciotti, ingenui e sopra le righe, tanto da credere che la loro nuova meravigliosa governante ha studiato alla "Scuola Cordon Bleu"!
Comunque, anche con questo romanzo siamo alle solite: secondo voi la nostra cara fanciulla avrebbe rinunciato alla carica di socio anziano dello studio e ad una sfavillante carriera se non fosse stato per il bel giardiniere? Voleva essere un libro di denuncia dei sacrifici ai quali una donna è costretta in nome della carriera e dove una donna si riappropria della sua vita, del suo tempo e della sua giovinezza, e invece l'autrice mi scade nel romanzetto da Lyala, dove si rinuncia a tutto pur di ì seguire il bel tenebroso... peccato, la Kinsella poteva fare di meglio.
Vabbè, lo consiglio come lettura da ombrellone: le ragazze sogneranno un po' e i maschietti rideranno oltre che delle disavventure della protagonista, anche degli stereotipi maschili...!

I segreti di Londra di C. Augias

"I segreti di Londra" di Corrado Augias, Edizioni Mondadori.
Il libro mi è piaciuto moltissimo, non solo perché si parla di una delle mie città preferite, ma anche, e soprattutto, perché il libro è scritto proprio bene. Inutile dire che Augias si esprime in un italiano perfetto: il suo stile è giornalistico, semplice, incisivo e colto. Dalle righe traspare un uomo di cultura e appassionato: si sente che ci mette il cuore nelle descrizioni delle vicende legate alla città, si capisce che parla di una città che ha vissuto e conosciuto profondamente e non solo studiato sui libri.
Il libro è organizzato in questo modo: ogni capitolo è dedicato ad un monumento di Londra, ad esempio, la statua di Horatio Nelson in Trafalgar Square, il Globe, teatro di Shakespeare, le bellissime case del quartiere letterario di Bloomsbury, la torre di Londra, il Tamigi e molti altri ancora. Partendo dal monumento, Augias ci accompagna per le strade di Londra, svelando storie significative, sconosciute e a volte misteriose che si nascondono dietro le vie, i quartieri e i monumenti. Ogni strada diventa lo spunto per un racconto: la Torre di Londra ci porta al tempo di Enrico VIII e Anna Bolena, il Globe ai bei tempi del teatro di Shakespeare, Trafalgar Square alle gloriose imprese di Nelson, il quartiere di Bloomsbury al circolo letterario Bloomsbury e a Virginia Woolf, Baker Street a Sherlock Holmes, Abbey Road ai Beatles e i magazzini Harrods alla tragica favola di Lady Diana.
Nelle pagine del libro l’autore spazia dall’epoca elisabettiana, all’epoca vittoriana, dalla Seconda guerra mondiale, alla cronaca dei giorni nostri, passando per i favolosi anni Sessanta.
Ci sarebbe molto da dire su questo libro, ogni capitolo è affascinante e bisognerebbe parlarne approfonditamente, ma per non dilungarmi troppo, parlerò solo delle storie che mi hanno tenuta con il naso incollato alla pagina.
Le storie che mi hanno appassionato di più sono quelle di Sherlock Holmes, Jack lo Squartatore, Anna Bolena e naturalmente la lunga dissertazione sul teatro elisabettiano. Questi capitoli li ho letti tutti di un fiato, senza perdere una singola parola, una singola virgola del racconto.
Leggendo il capitolo su Sherlock Holmes, “Elementare, Watson!”, ho scoperto cose interessanti. Prima fra tutte, pare che il mitico Sherlock non abbia mai pronunciato la fatidica frase del titolo. In secondo luogo, questo personaggio di pura invenzione ha una vera e propria casa, al numero 221b di Baker Street, di fronte ad un angolo di Regent’s Park. Mi sa che sarà uno dei primi luoghi che andrò a visitare quando tornerò a Londra; sì perché la casa di Sherlock è una casa-museo: all’interno accoglie i visitatori una giovane hostess, vestita alla maniera vittoriana, come la governante di Holmes. Il capitolo racconta della figura di Sherlock Holmes, come traspare dalle righe dei romanzi di Doyle, dalle descrizioni del Dottor Watson e da come viene interpretato dalla critica: il grande detective viene descritto come un allucinato e intelligente cocainomane; Watson dice di lui: Letteratura zero. Filosofia zero. Astronomia zero. Politica: scarse. Botanica: variabili.[…] Chimica: profonde […] Suona bene il violino.
Poi Augias si sofferma sul metodo investigativo del detective, sempre visto dagli occhi del suo fedele aiutante. Questa seconda parte del capitolo è interessante, perché si mettono a confronto i romanzi di Doyle con altri autori dell’ epoca. Si scopre allora che un elemento che caratterizza i romanzi di questo autore è la totale mancanza di elementi orripilanti, come invece troviamo in Edgar Allan Poe. La cosa buffa che traspare dalla vicenda di Sherlock è che quest’ultimo è trattato dagli inglesi come un personaggio realmente esistito e la casa-museo ne è la testimonianza.
Bello e intrigante il capitolo dedicato ad Anna Bolena, giustiziata per volere del marito Enrico VIII. Qui Augias ci racconta approfonditamente il periodo di Enrico VIII e ci racconta come sono andate veramente le cose tra il re e sua moglie, cose che i libri di storia non raccontano per non dilungarsi troppo in vicende marginali, ma a mio avviso interessanti e fondamentali per comprendere la storia. Non dimentichiamoci che questi uomini e donne leggendari che hanno fatto la storia sono comunque stati esseri umani, non immuni dalle passioni che proviamo anche noi “moderni”. E allora scopriamo che re Enrico ha amato profondamente Anna, ma che dopo diversi anni, si è stufato di lei (perché non gli aveva dato figli maschi, quindi un erede) e l' ha rimpiazzata con un’altra più giovane e "sana"(Jane Seymour). La fa uccidere, decapitandola nel giardino della Torre di Londra, davanti ad una folla convinta del suo adulterio. La descrizione del momento che precede l’esecuzione è di uno sconvolgente realismo: non scherzo dicendo che sembra che Augias sia stato presente al fatto! Probabilmente questo perché non ci racconta della morte di una eroina d’altri tempi, distante secoli e secoli da noi; quella che va al patibolo è una donna innamorata con le sue paure e i suoi sogni infranti.
Come afferma lo stesso autore: Non ci sono più re e regine […]ma solo esseri umani squassati dalle loro passioni e interessi.
Il capitolo “Uno spettro nella notte” affronta la nascita del romanzo gotico, partendo da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson e dalla figura (realmente esistita?) di Jack lo Squartatore. Viene descritta l’Inghilterra e la Londra ottocentesca, lo scenario nel quale è nato questo genere di letteratura. Il capitolo va letto tutto d’un fiato, perché è un crescendo di tensione, anche grazie a brani sinistri e lugubri riportati qua è là nella narrazione. Non mi sto ad addentrare oltre, ma vi posso assicurare che l’ultima parte affronta la figura del vampiro ed è da brivido!! Il fatto intrigante è che nella Londra di oggi si possono ancora ritrovare le atmosfere dei romanzi gotici; la Londra spettrale e sinistra che emerge dalle pagine degli scrittori gotici esiste ancora: basta andarla a cercare nelle strade dell’East Side. Pare che ci sia anche un tour che ti porta nei luoghi di azione di Jack lo Squartatore!
Tengo per ultimo il mio capitolo preferito, quello sul Globe e Shakespeare, intitolato “Uno specchio alla realtà”. Mi scuso sin da ora se mi dilungherò nel commento, ma il teatro elisabettiano è uno dei generi letterari che preferisco e Shakespeare rimane per me un mito vero e proprio.Inoltre, sono contenta di poter parlare di teatro, argomento che per chi non è avvezzo rimane abbastanza oscuro.
Partiamo dal titolo del capitolo, “Uno specchio alla realtà”, e cioè la funzione che il teatro svolge da secoli: il teatro è come uno specchio offerto agli spettatori nel quale si riflette la realtà.
La testimonianza più tangibile del teatro dell’epoca elisabettiana è il teatro detto “The Globe”, di forma circolare, sulla sponda meridionale del Tamigi, ricostruzione fedele all’originale di una decina di anni fa e voluta da un attore americano, Sam Wannamaker. Nel capitolo si parla di come veniva pensato e usufruito il teatro ai tempi di Elisabetta I e cioè nel XVII secolo. Il teatro ai tempi di Elisabetta era un veicolo di intrattenimento, di conoscenza e non solo per i ricchi: le platee elisabettiane erano formate, per lo più dal popolo; il teatro era lo spettacolo popolare per eccellenza (svolgeva la funzione che oggi ha la televisione).
Il pubblico era costituito da macellai, merciai, fornai, marinai, conciatori, muratori da tutte le categorie artigiane e operaie. Questo sì che è il modo giusto di concepire il teatro! Solo noi italiani abbiamo una visione del teatro elitario, che, ahimè, perdura ancora oggi! Ed è un male, perché il teatro non deve essere considerato un luogo dove si vanno a vedere noiosissime opere (tragedie o commedia che siano), solo perché fa “in”. Il teatro nasce principalmente come luogo delle emozioni. Il teatro, sin dall'antica Grecia, è considerato un luogo di svago, di divertimento e anche di riflessione sul mondo che ci circonda. E così dovrebbe essere ancora oggi.
La cosa che stupisce è che il pubblico elisabettiano non aveva bisogno di tanti apparati scenografici per immedesimarsi, per credere a quello che assisteva: come dice Augias su quelle tavole, con addosso degli stracci colorati, qualche pezzo di vetro, un po’ di stagnola, si mise in scena una delle più potenti e sottili rappresentazioni mai concepite dalla natura umana.
La capacità immaginativa del pubblico elisabettiano era portentosa. Ancora citando Augias: Escono tre attrici che fingono di chinarsi a raccogliere fiori e le tavole del palco si trasformano in un prato. Esce una mezza dozzina di comparse impugnando spade di legno […] il prato è diventato un campo di battaglia e quei sei figuranti sono una schiera di centinaia di uomini in procinto di battersi per vincere o morire.
Come si può pretendere da noi la stessa immaginazione, nell’era della realtà virtuale?
E gli autori che scrivevano per il teatro tenevano conto dei mezzi a disposizione per rappresentare l’opera. Un esempio per tutti: Shakespeare nel suo Enrico V esordisce in questo modo:
[…]
Può questa misera arena contenere i vasti
campi di Francia? E possiamo, questa O di legno,
inzepparla pur dei soli cimieri che atterrirono l’aria
d’Angicourt?
Oh, perdonate!, come una cifra sbilenca
può contenere in breve spazio un milione, permettete a noi
zeri di questa grande somma, di lavorare
sulla forza della vostra immaginazione
.
Forse era per loro più facile immedesimarsi perché gli autori mettevano sulla scena passioni umane di tutti i giorni, non cervellotiche e ambiziose commedie, comprensibili solo con una adeguata preparazione psico-letteraria! Si parlava sì di re e regine, ma questi venivano presentati non come personaggi del mito, ma come uomini soggetti alle emozioni ed ai sentimenti più comuni. Forse anche per questo era più facile immedesimarsi e immaginare. Shakespeare è stato un maestro in questo: a distanza di secoli, le sue opere sono ancora di una sconcertante attualità. E questo, forse perché ha parlato di uomini e di sentimenti, ci ha mostrato la natura umana così come è, e ce ne ha parlato in un linguaggio poetico, ma allo stesso tempo “semplice”, dal momento che si doveva rivolgere principalmente ad un uditorio poco o per niente colto. Augias, infatti, definisce Shakespeare come un sommo interprete dell’umanità e mai definizione è stata più calzante.

Neanche gli Dei di I. Asimov

"Neanche gli Dèi" di Isaac Asimov, edizioni Oscar Mondadori, titolo in originale The Gods Themselves.
Il ritrovamento, in un laboratorio, di una sostanza che secondo le nostre leggi fisiche non può esistere, porta un gruppo di scienziati a entrare in contatto con una razza misteriosa e molto evoluta che abita una realtà parallela alla nostra. Grazie alla collaborazione tra i due universi, i terrestri riescono ad impadronirsi di una fonte apparentemente inesauribile di energia. Ma chi sono questi esseri misteriosi? Se sono davvero degli Dèi, come mai iniziano ad arrivare enigmatici segnali di pericolo?
Il libro è diviso in tre capitoli: il primo ambientato sulla terra, il secondo nel mondo parallelo alieno e il terzo sulla luna. Apparentemente i tre capitoli non hanno alcun legame tra loro, ma solo alla fine il cerchio si chiude e si capisce il nesso.
Anche in questo romanzo troviamo forme extraterrestri del tutto particolari e originali. Queste ultime, infatti, sono delle essenze. In realtà è un po' difficile descriverle, perché Asimov non le descrive! Lascia molto spazio alla capacità immaginativa del lettore. Pare che questo sia il primo (e forse l'unico?) romanzo in cui l'autore si sia cimentato con la creazione di creature extraterrestri.
Ho trovato originale lo stile di vita, diciamo così, di queste creature: sono esseri parlanti, pensanti, che vivono e si comportano fondamentalmente secondo le nostre leggi; ma l'originalità sta nella concezione della famiglia aliena. Sì, perché i tre protagonisti alieni, una femmina e due maschi formano una triade, cioè una famiglia. O meglio: i due maschi formano una vera e propria coppia (sono proprio come marito e moglie) e la femmina serve per procreare. In effetti questa visione degli extraterrestri è un po' maschilista perchè le aliene femmine sono dipinte come un po' stupidotte e con l'unico scopo della procreazione. Ovviamente la nostra protagonista extraterrestre rappresenta la mosca bianca, l'eccezione alla regola: intelligente e con velleità di fare altro nella vita che non essere usata solo a scopo riproduttivo.
Ho trovato interessante l'ultimo capitolo, ambientato sulla luna, in una colonia di lunariti (ex terrestri che hanno colonizzato il pianeta). Qui Asimov descrive la vita di questo nuovo popolo e la sempre più crescente difficoltà dei terrestri di interagire con i lunariti, perché questi ultimi sono sì in origine terrestri, ma si sono evoluti in modo indipendente, dovendosi adattare alle nuove condizioni del pianeta. Quindi le due razze, ormai diverse per costituzione, stile di vita e pensiero, si stanno ormai allontanando, pur avendo un'origine comune.
Questo mi ha fatto pensare alle colonizzazioni di continenti sconosciuti nel corso della storia, in particolare a quella dell'America. Anche il primo popolo americano (tutti europei emigrati) si sentiva diverso dalla vecchia Europa e cercava una propria indipendenza. Questa voglia di indipendenza e di differenziazione c'è stato con solo un oceano di distanza, figuriamoci con migliaia di chilometri!
Il romanzo è molto interessante, perché la fantascienza viene utilizzata ancora una volta dall'autore come mezzo di ricerca filosofica, introspettiva e analitica. Asimov ha trasformato l'esperienza dell'uomo in viaggio interiore e la fantascienza in un mezzo per cogliere l'essenza profonda delle cose.

venerdì 20 giugno 2008

La pietra del vecchio pescatore di P. O'Shea

"La pietra del vecchio pescatore" di Pat O'Shea. TEA Edizioni. Titolo in originale: The Hounds of the Morrigan
Pidge, un ragazzino irlandese di Galway, tornando a casa in bicicletta, si ferma, incuriosito, in una libreria e acquista un vecchio libro malconcio e da lì comincia una splendida avventura nella verde e magica Irlanda. Lui e la sorellina, Brigit, sono incaricati da un vecchio pescatore (un druido, un mago) di trovare una pietra impregnata di una goccia di sangue della strega Morrigan, sconfitta anni orsono da un cavaliere, ma ancora viva e in procinto di recuperare tutti suoi poteri malvagi, proprio grazie al sangue sulla pietra. I due ragazzi sono inseguiti da una muta di cani, i segugi, messi sulle loro tracce dalla Morrigan, la quale, naturalmente, vuole rientrare in possesso di tutti i suoi poteri magici. Sul loro cammino incontreranno diversi ostacoli, animali parlanti, streghe, spiriti maligni, folletti benefici e giganti.
Il libro mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmato. Probabilmente ho cominciato a leggerlo (sbagliando) pensando di trovarmi davanti una specie di Harry Potter. A parte i richiami ad un mondo magico, questo libro si discosta abbastanza dallo stile della Rowling. Lo stile, pero', mi è sembrato troppo per bambini. Non so se questo sia dovuto ad una scelta del traduttore o ad una traduzione datata. Bisognerebbe leggerlo in inglese per capire. Molti termini sono intraducibili, quindi capisco che ci siano state un po' di difficoltà a trovare la corrispondente espressione in italiano. Ma non capisco il taglio infantile che si è voluto dare al romanzo. Tanto più che, apparentemente (come molte favole) il libro è indirizzato soltanto ai bambini.
Sempre riferita a questo discorso, mi sembra la traduzione del titolo: to hound significa perseguitare, mentre hounds sono i segugi. Quindi il titolo in originale suonerebbe più o meno così: "Le persecuzioni della Morrigan" o "I segugi della Morrigan": decisamente più incisivo del titolo italiano. Probabilmente si è deciso per questa traduzione perché la Morrigan fa parte del patrimonio leggendario irlandese, che gli irlandesi conoscono bene, mentre a noi italiani non dice nulla: la Morrigan chi era costei? Infatti, in fondo al libro c'è un interessantissimo e utile "glossario di parole gaeliche", con tanto di esplicazione dei nomi e relativa pronuncia.
La Morrigan, la terza protagonista del romanzo oltre ai due fratellini, è una strega (La Grande Regina) una e trina. Il libro si apre proprio sull'arrivo delle tre streghe a Galway. Questo inizio mi ha ricordato molto l'incipit di "Macbeth", con l'entrata delle tre streghe. Ad accompagnarle, pioggia e cattivo tempo, proprio come le streghe shakespeariane, annunciate da tuoni e lampi, messaggeri di sventura e di sconvolgimenti della natura.
Il romanzo è costellato, come dicevo prima, di molti altri personaggi, umani e soprattutto animali parlanti.
I personaggi di contorno più divertenti sono il ranocchio e i piccoli insetti che formano un efficacissimo ed efficientissimo esercito, guidato da un simpatico generale stile Napoleone. Ovviamente gli insettini parlano un "francese maccaronico", molto divertente. Devo dire che l'imitazione dell'accento francese rende bene anche per iscritto.
Il ranocchio, invece, è un po' svampito e ne combina di tutti i colori. E' strano che il personaggio della rana sia positivo, perché nelle leggende legate alla stregoneria è considerato uno spirito maligno, a favore delle streghe.
Molto bello anche il personaggio dell'alce, un po' malinconico, che salva i due bambini in un momento particolarmente difficile e quello della volpe saggia, che li accompagna per tutta la seconda metà della loro avventura. La volpe, che nel nostro immaginario colletivo fiabesco è sinonimo di furbizia e scaltrezza un po' subdola (vedi l'accoppiata gatto-volpe in Pinocchio), qui è la rappresentazione della saggezza, è quasi una maestra di vita per i due ragazzini e dispensa insegnamenti profondi, oltreché dimostrare un invidiabile coraggio in diverse e difficili situazioni.
E' interessante notare come quasi tutti gli animali che i due fratellini incontrano sul loro cammino siano positivi e "buoni"; mentre la maggior parte degli uomini che incontrano sono "cattivi". C'è da dire che qui il bene e il male sono abbastanza distinti, non c'è confusione o coesistenza in un singolo personaggio di entrambi i lati.
A tratti personaggi e situazioni mi hanno ricordato "Labyrinth", "Alice nel paese delle meraviglie", "La storia infinita" e "Il mago di Oz". Senza pensare, poi, al mitico "Signore degli anelli": anche qui abbiamo il viaggio, che è anche viaggio di crescita personale, verso una meta più o meno conosciuta per salvare il mondo dal male. Viaggio che è, ovviamente, anche metafora della vita stessa. I bambini tendono ad un meta, come tutti noi, ma per ognuno è diverso il modo di raggiungerla, il percorso che ci porta ad essa.
Mi è sembrato bello e positivo il messaggio che la scrittrice vuole lanciare: il mondo fantastico di cui si parla nel libro non è un posto chissà dove. Il fantastico e la magia ci circondano, basta solo trovarla in noi, negli altri e in tutto quello che è intorno a noi. Basta leggere la realtà con uno sguardo diverso. Il libro magico non fa entrare i due bambini in un altro mondo: acuisce soltanto la loro vista; fa vedere loro cose che prima non avevano mai notato; fa vedere loro la realtà non più in modo superficiale. Insomma, la O'Shea ci dice che è bello mettere un po' di fantasia nella vita di tutti i giorni, per sdrammatizzare la dura realtà e che i veri cattivi, gli orchi delle fiabe, sono coloro che sono incapaci di vedere la "magia" nella propria vita e di viverla con un pizzico di fantasia.
Infine, ho trovato azzeccata l'dea di disegnare, invece che di descrivere, i diversi cartelli che indicano il percorso da seguire ai ragazzi, oppure frasi di avvertimento, insegne di negozi... Secondo me questa idea risulta efficace perchè fa entrare il lettore un po' di più nella storia, è come vedere con gli occhi dei protagonisti.

Harry Potter e l'Ordine della Fenice di J.K. Rowling

"Harry Potter e l'Ordine della Fenice"di J.K. Rowling, Salani Editore. Titolo in originale Harry Potter and the Order of the Phoenix
Cominciamo col dire due parole sulla trama, per fare il punto della situazione. Lord Voldemort è tornato ed è in pieno possesso dei suoi poteri (adesso ha riacquistato anche il suo corpo, mentre prima era solo un' essenza, un fantasma che si nascondeva nei corpi altrui). Harry Potter lo ritroviamo al quinto anno di Hogwarts, a 15 anni, in piena crisi adolescenziale. Lo accompagnano spesso rabbia e ansia di ribellione, tipiche dell'età. La sua preoccupazione maggiore è il ritorno dell'Oscuro Signore. Riuscirà a fronteggiarlo ancora una volta e a sconfiggerlo? Niente paura: ad aiutarlo ea proteggerlo c'è l'Ordine della Fenice, un gruppo di valenti maghi, capitanati da Silente.
Il romanzo mi ha appassionato molto. Non sono d'accordo con chi sostiene che sia noioso, poco fantasioso o poco avventuroso. E'soltanto diverso dagli altri. Ma è giusto e azzeccato da parte dell'autrice: Harry Potter è una saga, che si evolve con l'evolversi del personaggio. Sono passati 5 anni dall'ingresso ad Hogwarts del protagonista, che ormai non è più un bambino.
Ho trovato questo libro più introspettivo dei precedenti; i personaggi sono approfonditi psicologicamente, quindi più completi; si scopre molto di più sul loro passato e si chiariscono i perché di tanti comportamenti e situazioni. I personaggi non sono più bianchi o neri, solo buoni o solo cattivi: cominciano ad affiorare "sfumature di grigio".
Harry non è più solo il bambino maltrattato che riconoscevamo all'inizio della sua storia. Adesso è un adolescente che piano piano prende coscienza di sé e del mondo che lo circonda, con tutta la sua complessità. Quindi anche lo stile del libro, per ritornare alle considerazioni iniziali, deve, a mio avviso, modificarsi di pari passo.
La Rowling dà voce, quindi, al complesso mondo degli adolescenti, anche per permettere loro di identificarsi meglio con il protagonista.
Interessante è la creazione del personaggio della professoressa Humbridge. Come ogni anno alla scuola c'è un nuovo professore per la Difesa Contro le Arti Oscure e quest'anno compare questo buffo, ma perfido personaggio che fa parte del Ministero della Magia e che assume di punto in bianco, circa a metà della storia, la carica di Inquisitore Supremo di Hogwarts, che si arroga il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male, che controlla l'operato degli insegnanti e che ha la facoltà di licenziarli. E' l'incarnazione, insomma, della stupidità di chi detiene il potere per combattere il talento, la fantasia e la diversità. Ovviamente di personaggi del genere ne è piena la storia di ieri e di oggi, ma è stato divertente vederlo "applicato" nel mondo magico della Rowling.
Una breve considerazione sullo stile della scrittrice. Secondo me questo libro, ma anche il precedente ("Harry Potter e il calice di fuoco"), a dire la verità, mi sembrano scritti con uno stile che definirei cinematografico. Mi spiego: sembra che la Rowling scriva sapendo di stare scrivendo soprattutto per il cinema. Personaggi e situazioni sembrano pensati in funzione della trasposizione cinematografica.
Non vi dico niente sul finale, ma vi anticipo che il combattimento delle ultime pagine è molto coinvolgente e si legge tutto d'un fiato.
Comunque il libro è bellissimo. Devo dirlo, a costo di sembrare sentimentale e un po' retorica, finirlo è stato come lasciare un luogo caro, come tornare al numero 4 di Privet Drive!!

L'Assassino della Torre di Londra di J.B. Livingstone

"Lassassino della Torre di Londra" di J.B. Livingstone, Edizioni TEADUE. Titolo in originale L'assassin de la Tour de Londes

Come si evince dal titolo, si tratta di un romanzo giallo, ambientato in Inghilterra, a Londra. Il romanzo si apre sulla cerimonia di insediamento del nuovo Governatore della Torre di Londra, Lord Henry Fallowfield. L'atmosfera solenne viene interrotta e brutalmente sconvolta quando, da una merlatura della Torre, un vecchio Yeoman mostra la testa mozzata di Lady Ann Fallowfield.
A risolvere il caso entrano in scena i due investigatori protagonisti dei romanzi di Livingstone: Higgins e Scott Marlowe. Il primo è un investigatore ormai in pensione, ma che viene sempre rispolverato per districare i casi più insoliti; il secondo è sovrintendente di Scotland Yard, che non muove mai un passo senza il suo modello, l'ispettore Higgins, appunto.
I due protagonisti sembrano un po' gia visti: a partire dai nomi, ma anche andando a guardare le caratteristiche fisiche e caratteriali dei personaggi. Higgins è il classico investigatore inglese, di una certa età , scapolo, che vive in campagna, in compagnia del suo siamese e della domestica, amante dei fiori, di Mozart e del silenzio. Vi dice qualcosa Poirot di Agatha Christie o Nero Wolfe di Rex Stout? L'unica nota simpatica e originale del personaggio è che è un inglese che odia il tè (lo versa sempre nel vaso di qualche pianta): alla fatidica ora delle 17,00, si inventa sempre una scusa diversa per evitare l'orribile brodaglia!
Quanto a Scott Marlowe, beh, il nome non vi sembra un po' banalotto è già visto per un investigatore inglese?
Non so se queste "coincidenze" siano un omaggio dell'autore ai più grandi scrittori della letteratura gialla o semplici scopiazzature!
Il romanzo è comunque gradevole da leggere; è scritto bene, in modo semplice, ma efficace: l'autore riesce a creare sempre una suspance continua e in crescendo, che ti invoglia a leggere sempre più avanti (Agatha insegna...).
Devo dire che la cosa che mi piace molto di Livingstone è la sua abilità nel descrivere le atmosfere tipicamente inglesi: le brume, la nebbia che si alza dal Tamigi, le giornate di pioggia londinesi; sembra proprio di stare lì con i personaggi; la descrizione ti avvolge, è molto suggestiva. Certo, bisogna un po' amare questo tipo di clima e di atmosfera!
Per quanto riguarda lo sciglimento finale con la scoperta dell'assassino, l'autore qui copia proprio la Christie: l'investigatore riunisce tutti i sospetti in una stanza e comincia ad enunciare il possibile e probabile svolgimento della dinamica dell'omicidio. Vengono esclusi ad uno ad uno i possibili sospetti, fino alla rivelazione del colpevole. L'assassino dei libri di Livingstone non è che sia sempre una rivelazione! Diciamo che io non sempre l' ho azzeccato, leggendo i suoi gialli, ma alcune volte è proprio palese!!! Con Agatha questo non succede!! Anche la dinamica dell'assassinio stesso non è poi così complicata: basta tenere conto di qualche indizio e il gioco è fatto!
Infine, un 10+ alle copertine: molto belle e suggestive. Sono sempre belle foto di Londra o dell'Inghilterra. Ebbene sì, confesso una mia piccola debolezza: le copertine dei libri mi attirano molto, ci casco in pieno. Se un libro, in particolare un giallo, ha una copertina che mi attrae (e anche la trama) lo compro su 2 piedi!!I direttori marketing della TEA con me fanno un buon lavoro, mi sa che rientro proprio nel loro campione standard che si fa abbindolare dalle copertine!!