lunedì 22 giugno 2009

LA PARTITA DI RUGBY

Di seguito il racconto che ho mandato al "XXXVIII concorso letterario" indetto dal CONI. Lo posso postare, perchè non sono tra i vincitori, così lo condivido con voi.
Buona lettura!
Roma, 21 marzo, ore 10.00. Ci siamo! Dopo lunga attesa, finalmente oggi vedrò la mia prima partita di rugby dal vivo! Al Flaminio! E con Italia - Francia sono sicura che mi divertirò un mondo.
Certo che nelle partite precedenti abbiamo fatto proprio una magra figura… me ne sono accorta pure io, da poco appassionata di questo sport, che hanno giocato male.
Scaramanticamente nei giorni scorsi ho bazzicato tutti i mercatini di Roma per trovare un cucchiaio di legno degno di questo nome. La mia intenzione sarebbe quella di farmelo autografare da tutti gli azzurri disposti ad apporre la loro preziosa firma sul temutissimo oggetto, sempre che non me lo rompano in testa!
Tutti gli amici mi hanno preso in giro perché abbiamo la squadra più scarsa di tutto il 6 Nazioni. La domanda più frequente che mi è stata posta in questi giorni che mi separavano dalla partita è stata: “Ma perché vai allo stadio? Tanto perdono!”. Certo che chi la pensa così, di questo sport, non ha capito proprio un bel niente. Nel rugby c’è solo voglia di tifare, divertirsi e di vedere un bello spettacolo. Se la squadra avversaria vince, vuol dire che è più forte e gioca meglio. Tutto qui. E infatti io difendo gli azzurri a spada tratta e rispondo ai detrattori con un’aria da chi la sa lunga: “In questo momento delicato hanno bisogno di tutto il nostro supporto, non dico per vincere, sarebbe sperare in un miracolo, ma per fare almeno una bella partita”.
E’ già mezzogiorno! E’ tardissimo! Voglio arrivare in anticipo per toccare con mano il clima di festa tanto decantato che si respira alle partite di rugby, e poi non voglio assolutamente perdermi il riscaldamento delle squadre… volo in macchina, le strade di Roma sono deserte. “Ma dove sono finiti tutti i turisti? Non saranno mica alla partita?!”. “No, no, sono tutti a mangiare, in un baleno saremo allo stadio” mi dice zia Angy, che mi ospita per questa trasferta romana… nooo! “Mai dire le ultime parole famose, che poi ci ritroviamo imbottigliate sul Lungotevere e poi la partita me la vedo in cartolina!”. Eccoci alle colonne d’Ercole: al semaforo in prossimità del Flaminio mi si parano davanti orde di tifosi italiani e francesi festanti, muniti di bandiere, cappellini, parrucche, sciarpe, magliette, trombette, felpe, qualcuno è venuto anche in maschera, vestito da Asterix e Obelix, di rigore la bandiera della rispettiva nazione pitturata sulla faccia, ci sono intere famiglie… che meraviglia, non sembra proprio che tra meno di un’ora si disputi un incontro sportivo, sembra piuttosto di essere alla vigilia di una festa.
Come scendo dall'auto, vedo in lontananza il pullman della Nazionale: mamma mia, che emozione, quel mezzo di trasporto gigantesco e misterioso contiene tutti i giocatori dell’Italia… pensa se, per una strana legge fisica, potessi essere teletrasportata lì dentro… purtroppo tutto quello che umanamente mi è concesso è fermarmi sul ciglio della strada, aspettare che arrivi, salutare sorridente verso i vetri scuri, sperando di scorgere qualche volto noto. Ovviamente non vedo nessuno e mi sento anche un po’ stupida a salutare verso un vetro affumicato!
Mi guardo in giro: quanta gente! Devo trovare la mia entrata, mi devo buttare nella mischia, è proprio il caso di dirlo! Intorno allo stadio è pieno di tifosi e dei colori dell'Italia e della Francia, gli stand di birra e hot dog sono in pieno fermento, il profumo della carne alla griglia e la musica sono nell’aria…
DRRIIIIIN! Il cellulare! Mi affanno a cercarlo nella borsa. “Pronto?”. “Vale, sono Brunz!” “Brunz! arrivi al momento giusto! Aiuto, qui c’è un sacco di gente! Dove devo andare?” Brunz è la mia amica espertissima del luogo dove mi trovo io un po’ spaesata, perché è un' accanita fan di Bruce (Springsteen, ne esiste forse un altro?) e lo segue per gli stadi di tutta Europa. “Tranquilla” mi dice “leggi sul biglietto il tuo ingresso e portati all’entrata, poi leggi la lettera del settore, fila e posto e il gioco è fatto”. E pensare che i numeri del biglietto li sapevo a memoria da una settimana, ripetendoli dentro di me, come un mantra: “Ingresso 27, settore L, fila 18, posto 33, ingresso 27, settore L, fila 18, posto 33”.
Prendo posto nella tribuna centrale, sono vicinissima al campo! Fa freddo, tira un forte vento, ma, noncurante di questi dettagli atmosferici, sono armata di buona volontà nel tifare la nostra bella nazionale. Ovviamente sono ancora al telefono con Brunz, che, comodamente seduta sulla poltrona del salotto di casa sua, mi ha accompagnato fino al mio posticino. “Vale, c’è il collegamento dal Flaminio, dove sei?” mi chiede. “Sotto il tabellone del punteggio”, rispondo. “Sventola qualcosa, così ti riconosco!” Sventolo affannosamente il cartoncino bianco che ci servirà per la coreografia durante gli inni nazionali, urlando “Mi vedi?”. Poi, improvvisamente mi fermo, mi sento un po’ osservata…che figura, è la mia prima partita di rugby e mi faccio già riconoscere… come se fosse facile intravedere dove sono, è come cercare un ago in un pagliaio!
Lascio Brunz godersi le interviste in tv, mentre io decido di cominciare a fare il mio reportage di questa nuova esperienza, che si prospetta molto promettente, tirando fuori la mia macchinetta digitale di ultima generazione, comprata apposta per zoommare anche una formica e fare foto in qualsiasi condizione atmosferica.
I giocatori arrivano alla spicciolata per il riscaldamento. Il nostro capitano mostra il carisma che lo contraddistingue non appena entra in campo. Mi colpisce la forza di questo ragazzo: riempie tutto il campo da gioco, anche compiendo piccoli gesti. L’allenatore è impeccabile in abito scuro, ma mostra tutta la sua umanità nell’incitare i ragazzi. Poi… eccolo, il “gladiatore azzurro”… è come se il tempo si fermasse e tutto intorno a me scomparisse, c’è solo lui in campo… si allena da solo, quasi si isola dagli altri, tiene sempre la palla in mano, la lancia lontano, ma la riprende sempre, stringendola tra le mani e guardandola, come se fosse la cosa più preziosa da tenere e proteggere... è pensieroso, concentrato. Provo sulla mia pelle perché questo sport riscuota tanto successo tra il pubblico femminile. L'“effetto live” è sorprendente e la fantasia vola: i giocatori sono forti e possenti, mi ricordano le figure di Michelangelo e i gruppi marmorei di Bernini, che sembrano avere avuto come modelli questi Dieux du stade. La mia capacità di raziocinio è andata… sarà finita sulla luna come il senno di Orlando?
Mi riprendo velocemente e comodamente seduta mi godo gli allenamenti facendo qualche foto qua e là e buttando un occhio anche ai francesi, che si passano la palla, la lanciano, la calciano come se fosse la cosa più naturale e facile di questo mondo, sembrano di gomma e sono degli omoni! Intanto lo stadio si riempie. Sento diversi tifosi che si dicono tra loro di non fischiare e ripetono “Fair play, ragazzi, fair play”. Il famoso fair play del popolo del rugby.
Quando il microfono annuncia l’entrata in campo degli azzurri e li vediamo con la grinta dei gladiatori pronti alla battaglia, lo stadio esplode in un boato di gioia.
Gli steward ci dicono che dobbiamo fare una coreografia durante gli inni, tenendo bene in vista il cartoncino bianco… ma che siamo in un villaggio vacanze? Avrei scoperto dopo, riguardando la partita in televisione, che la tribuna scoperta era organizzata in modo tale da formare le bandiere delle due nazioni e che l’effetto visivo è suggestivo… poi io ero lì, dietro uno dei cartoncini bianchi, a far parte dello spettacolo!
Il momento dell’inno arriva puntuale e commovente. Cantiamo a squarciagola (pure io!e con tutti i sacri crismi: mano sul cuore e sguardo commosso) e il Flaminio si fonde in una sola voce. Il clima di festa e di gioia continua, grazie alle tifoserie mescolate, gli spalti sono colorati di azzurro e blu.
Ore 14.15: calcio d’inizio! Che emozione, la mia prima partita di rugby dal vivo! All’inizio è un po’ dura, non avendo la cronaca a portata di orecchio, ma il gioco è talmente affascinante che mi faccio coinvolgere subito dalle azioni e chissenefrega se capisco la metà di quello che sta succedendo, l’importante è tifare e divertirsi.
Il gioco scorre veloce. E’ incredibile come questi uomini, che giganteggiano sul campo, quando giocano siano leggeri ed eleganti. Quello che mi colpisce è soprattutto il suono di questo sport: quando i giocatori si placcano, si sente il loro respiro e quasi si vede il rumore del contatto tra i corpi. Dicono che il rugby sia uno sport da bestie giocato da gentiluomini, ma a me non sembra sempre così: la partita è una faticosa e ordinata costruzione del gioco dove metro, dopo metro, si cerca di conquistare la meta e dove l’arbitro orchestra e dirige le azioni. E’ pur vero che sotto quelle mischie, chissà cosa succede!
E’ indescrivibile la forza e la grinta che i rugbisti trasmettono. Il loro andare incontro all’avversario con coraggio, il loro “mettere la testa dove altri non metterebbero neanche le mani”, il loro aiutarsi a vicenda per tenere o recuperare la palla ovale, l’oggetto più importante sul campo di gioco. Mi rendo conto che il rugby mi ha insegnato e dato tanto: non arrendersi mai, andare a testa alta incontro agli ostacoli e alle difficoltà, avere il coraggio di chiedere aiuto a chi ci sta vicino, che, a volte, bisogna tornare sui propri passi per potere riprendere ad andare avanti e che, come nella vita, nessuno ti regala niente per niente. E’ come se tutto questo prendesse vita durante la partita. Basta poco e mi rendo conto di sentirmi come a casa.
Durante l’intervallo pollicizzo freneticamente sulla tastiera del cellulare, mandando sms a tutta la rubrica, voglio rendere partecipi gli amici dell’esperienza. Beh, almeno la mia nuova passione è servita a qualcosa perché sono tutti davanti al televisore e mi rispondono con i commenti più vari: “Valentinà, vive la France. Bisou.”, ma che fa, Marghe, tiene per la Francia?!?!“Mi raccomando, dopo la partita, dritta negli spogliatoi!”, si come se fosse facile… “Forza azzurri, tifa anche per me!”, il mio capo, ex giocatore di rugby, che avrebbe voluto, ne sono sicura, essere allo stadio; “Ehm, come dire, non mi sembrano molto in forma”, è come sparare sulla Croce Rossa; “Le uova alla coque si chiameranno alla Griffen”, mi scrive mio papà che guarda attentamente le partite e le commenta da tattico esperto.
Nel secondo tempo le prendiamo ancora, alla grande, perdendo completamente la concentrazione e la partita.
Però i tifosi della nazionale azzurra sono meravigliosi: anche se siamo sotto di tanti punti e la rimonta è solo una chimera, la tifoseria canta a squarciagola l’inno di Mameli. E anche a me non importa molto del risultato. Oggi ho visto uno spettacolo unico, mi sono divertita, ho fatto un’esperienza nuova.
E, infatti, dopo la sonora sconfitta, non ci sono musi lunghi, ma solo sorrisi e la voglia di festeggiare tutti insieme, italiani e francesi, di andare a bere una birra e mangiare qualcosa.
DRIIIN… “Pronto Mila, dove sei?” , la mia amica, che non è riuscita a trovare il biglietto per la partita, mi sta aspettando fuori. Raggiungiamo il cancello da dove esce la nazionale, sperando di congratularci con qualcuno dei giocatori. Non ci sono, come credevo, ragazzine urlanti, ma padri di famiglia, ragazzi, bambini, intere famiglie. Anche se gli addetti alla sicurezza non ci fanno entrare, tenendo ben chiusi i cancelli, pochi azzurri si avvicinano e un po' timidamente ci concedono qualche foto e qualche autografo. Rimango affascinata: sono sportivi professionisti, ma sembrano i classici bravi ragazzi della porta accanto, non hanno (ancora) negli occhi la malizia e la soddisfazione che ti dà la consapevolezza di essere una star. Sono sorridenti, timidi, sorpresi e spaesati, ancora (per poco) non abituati a trattare con il pubblico.
All’improvviso, assisto a una imprevista e imprevedibile trasformazione: Mila, una personcina di solito molto tranquilla, mi chiede affannosamente i nomi dei giocatori e li urla, alla caccia di una foto e di un autografo! E' tarantolata! Non la tengo più! E non ha neanche visto la partita, sennò chissà cosa mi combinava…
Un ragazzo mi dice che gli anni scorsi i cancelli li aprivano e i rugbisti erano felici di scambiare due chiacchiere con i tifosi. Temo che adesso quei cancelli non si riapriranno più tanto facilmente... E, infatti, come da copione, le due superstar più attese arrivano per ultime, salutano da lontano i pochi tifosi rimasti con un cenno della mano e salgono velocemente sul pullman, noncuranti di chi li ha aspettati per congratularsi, per strappare loro un autografo o una fotografia da tenere come ricordo di un bel pomeriggio passato a sostenere con tutta l’anima la propria squadra del cuore.
Certo che, dopo essersi sporcati le mani per ottanta minuti col fango del campo da gioco, il sudore e il sangue dell’avversario, potevano fare un ultimo sforzo e stringere la mano ai tifosi. Almeno salutare i ragazzi, che li vedono come degli eroi e dei modelli di vita da seguire; ragazzi che, magari, giocano a rugby e che un giorno sognano di diventare come loro. Almeno il capitano poteva provarci. Sono delusi, amareggiati e depressi per come è andato il torneo? E noi? Che li abbiamo sostenuti con affetto nonostante tutto e per tutto il 6 Nazioni? Ci aspettavamo solo un saluto, un sorriso di ringraziamento. Nient’altro.
Chiacchierando con qualche tifoso, infatti, c’è l’amarezza per come è andato il torneo. Per alcuni il calo psicofisico è colpa dell’atteggiamento divistico dei ragazzi, che si stanno montando la testa per qualche comparsata in televisione o per qualche copertina strappata ad una rivista patinata e che si sentono più a loro agio nudi su un calendario che su un campo da gioco. Nonostante tutto, però, la maggior parte di noi continua ad amare questa Armata Brancaleone, aperta a giocatori provenienti da tutto il mondo, basta che dimostrino, albero genealogico alla mano, di avere almeno una goccia di sangue italico.
Lo stadio si svuota e mette un po’ di malinconia, è come stare in un teatro vuoto, dove non ci sono più né attori, né spettatori, a sipario calato, a rappresentazione finita e ci sentiamo tutti un po’ orfani di questo bellissimo e nobile sport, di questa esperienza meravigliosa che è una partita di rugby dal vivo, esperienza che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero provare.

giovedì 18 giugno 2009

L'HAKA A SAN SIRO

CHE EMOZIONE!
Da lunedì saranno in vendita i biglietti per la partita dei Cariparma Test Match di rugby Italia vs Nuova Zelanda, sabato 14 novembre ore 15.00 a San Siro...sono già lì!!!
L'italrugby sfida i mitici All Blacks...speriamo di non prenderle troppo!!
Come ha commentato un giornalista della FIR: "Per gli appassionati della palla ovale è un sogno che diventa realtà"

giovedì 11 giugno 2009

LA CACCIA AL SALMONE

Comunicazione di servizio: oggi si è aperta ufficialmente la caccia al salmone per la stagione 2009/2010. Stamane la mia collega si è attrezzata con canne nuove di zecca, reti, ami, stivaloni, e, soprattutto, di infinita pazienza per far sì che la pesca di quest’anno sia molto proficua…
Speriamo che il salmone riesca a risalire la corrente, nonostante la crisi, il caldo, l’asfalto rovente, l’afa, la pioggia, le scale. Coraggio salmone, che tu sia scozzese, endemico del Danubio, dell’Oceano Atlantico, rosa, rosso, reale, asiatico, del Pacifico, delle coste siberiane, sarai sempre il benvenuto, sei la nostra linfa vitale!

giovedì 28 maggio 2009

IL RUGBY E LA TV

Qualche sera fa c’è stata l’ennesima apparizione in tv dei fratelli Bergamasco, ovviamente all’ennesima trasmissione trash.
Di solito non mi interessa commentare le comparsate dei Berga in tv, ma questa volta mi tocca, dato il pessimo risultato ottenuto. Parlo di pessimo risultato perché il rugby ne è uscito malissimo, con questi risultati:
1. il rugby è uno sport violento
2. i rugbisti sono degli assatanati di sesso e aggressivi (e anche un po’ stupidi)
3. vengono alle luci della ribalta solo perché si spogliano.
Il tutto senza che i due bei rugbisti battessero ciglio.
Ora, la questione è: perché vanno a questi tipi di trasmissioni? Per fare un servizio al loro sport e farlo conoscere alle masse? O per promuovere la loro immagine, visto che (si sa) i rugbisti non guadagnano un granché e visto che quando smetteranno di giocare (manca poco, vanno in pensione a 32/34 anni) gli addominali cominceranno a calare e non se li filerà più nessuno?
Ma non lo sanno che ci sono altri modi per pubblicizzare sé stessi e il loro sport in maniera molto più pulita e intelligente? Forse il loro ufficio stampa dovrebbe dirglielo, sempre se ne è a conoscenza…d’altronde cosa ci si può aspettare da una professionista che nella sezione foto del sito dei fratelli Berga, ci mette la sua faccia con questo o quel vip…
Perché non si parla mai del fair play dei tifosi? Perché non si dice che i primi a prestare soccorso dopo il terremoto in Abruzzo sono stati proprio i rugbisti dell’Aquila Rugby che hanno salvato la vita di diverse persone? Perché non si dice che molti giocatori sostengono associazioni di beneficienza? Perché non si dice che i rugbisti, proprio perché i guadagni sono pochi, studiano tutti e chi più, chi meno, diventano dei seri professionisti in diversi campi? E poi, perché non parlano mai delle regole, degli aneddoti, dei valori che fondano questo sport?
Tutti gli aspetti positivi sono sempre passati sotto silenzio. Perché? Ma perché non fanno audience! E allora, meglio parlare di addominali, glutei sodi, sesso, omosessualità, donne, infangando l’immagine di uno sport bello, nobile, di condivisione e unione come è il rugby. Ma, soprattutto, cercando di paragonarlo sempre al calcio, non con l’intento di tracciare una netta linea di demarcazione, sottolineando che i due sport non c’entrano niente l’uno con l’altro, e che, semmai è il calcio che deve imparare qualcosa dal rugby, ma volendo a tutti i costi omologare il rugby ad uno sport violento, fuori e dentro il campo di gioco. Tanto per la cronaca: il titolo del Corriere di oggi commentava così la partita Barcellona – Manchester United di ieri sera: Il bilancio all'Olimpico di Roma: 19 arresti, 18 denunciati e due accoltellati, un inglese e un americano.
Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.

mercoledì 6 maggio 2009

IL CIMITERO DEGLI INGLESI

This grave / contains all that was Mortal / of a / YOUNG ENGLISH POET/ who / on his Death Bed / in the Bitterness of his Heart / at the Malicious Power of his Enemies, / desired / these Words to be engraven /on his Tombstone / “Here lies One / Whose Name was writ in water”/ 24 Feb 1821
(Questa tomba racchiude i resti mortali di un giovane poeta inglese che sul suo letto di morte nell’amarezza del suo cuore per il malevolo potere dei suoi nemici chiese che queste parole fossero incise sulla sua pietra tombale: “Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua”)
Risponde un’altra scritta su una lastra poco lontana: “Keats! Se il tuo caro nome fu scritto sull’acqua, ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange”
Così ti accoglie il Protestant Cemetery nel quartiere del Testaccio, vicino a Porta San Paolo a Roma. Uno dei luoghi più romantici della città. Un cimitero? Sì, proprio un cimitero, dove hanno trovato degna sepoltura tutti coloro che in vita sono stati di fede protestante, cristiani, ma non cattolici, stranieri in terra straniera. Non ha nulla del cimitero, l’atmosfera è serena, per niente triste, sembra uno dei tanti giardini delle magioni inglesi. Vicino alla piramide di Caio Cestio ci sono anche alcuni gatti che, accoccolati, prendono pigramente il sole. Se avessi avuto un libro con me, mi sarei fermata a leggere su una delle tante panchine del giardino, all’ombra di una pino marittimo, circondata solo dal cinguettio degli uccellini e dal vocio sommesso dei visitatori. Camminando tra i viali di cipressi centenari, mirti, allori, rose selvatiche e camelie, ci si imbatte in molte tombe di uomini famosi. Sono tutte diverse una dall’altra e sembrano volere fare a gara per la lapide più bella o per l’epitaffio più commovente. Oltre al già citato John Keats, troviamo Percy Bysshe Shelley, poeta, William Story, scultore, Jude Deveraux, scrittore.
La tomba che mi ha colpito di più è quella di Antonio Gramsci. E’ meravigliosa la sua semplicità ed eleganza. Una semplice urna contiene le ceneri del padre del comunismo italiano. Ma che ci fa un italiano in mezzo a tanti stranieri? Come recita Pier Paolo Pasolini ne “Le ceneri di Gramsci”: « Uno straccetto rosso, come quello/ arrotolato al collo ai partigiani/ e, presso l'urna, sul terreno cereo,/ diversamente rossi, due gerani./ Lì tu stai, bandito e con dura eleganza/ non cattolica, elencato tra estranei/ morti: Le ceneri di Gramsci... ». Straniero in patria.
Sarebbe il teatro ideale per appuntamento galante…al cimitero? Si, un primo appuntamento al cimitero acattolico di Roma, perché questi sepolcri e la pace del luogo sembrano sussurrare: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”.

mercoledì 29 aprile 2009

L’ELEGANZA DEL RICCIO di Muriel Barbery

“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, Edizioni e/o, titolo in originale L'Élégance du hérisson.
E’ la storia di una portinaia, Renée, e di una dodicenne molto intelligente, Paloma, che ha deciso di farla finita con la vita.
Da molti mesi non leggevo più… ebbene sì, esiste il blocco dello scrittore, ma io ho provato ultimamente quello del lettore (anche se non so se esiste). Non riuscivo a trovare un libro degno di essere letto, poi una breve vacanza romana e il suggerimento del libro in oggetto da parte di una carissima amica, mi hanno ridestato interesse e ho ricominciato a leggere…e a scrivere!
Paloma e Renèe, dicevo, una dodicenne e una portinaia. Il destino le ha volute vicine perché la prima è la figlia di un ministro che vive nell’elegante condominio parigino di Rue de Grenelle, dove la seconda fa la portinaia. Che cosa hanno in comune? La solitudine. Entrambe fingono di essere ciò che non sono e nascondono la parte migliore di sé per convenienza, per convenzioni sociali, per stupidi pregiudizi. Ecco, dunque, che Renée si presenta come la sciatta e ignorante custode di un palazzo: fa finta di vedere le soap opera, quando in realtà legge Tolstoj e ascolta Mozart. Paloma si comporta come la classica ragazzina problematica e introversa, ma ha già capito tutto della vita e dei rapporti umani, meglio degli adulti.
Il romanzo è scritto bene, il linguaggio è semplice e immediato, scorre via veloce e non annoia. Poche volte mi succede di pensarlo di un libro: avrei voluto che non finisse mai. Con arguzia e humor l’autrice affronta un tema importante che affligge la nostra società: l’impossibilità da parte delle persone di andare oltre la facciata e di conoscere realmente chi ci sta vicino. Impossibilità dettata dalla pigrizia e dal menefreghismo imperante.
Quando e che cosa cambia la finta esistenza di Renée e Paloma? Quando incontrano una persona - un giapponese, sarà un caso che l’autrice ha scelto come deus ex machina un personaggio non appartenente alla cultura europea?- che riesce a vedere entrambe, oltre la corazza del riccio, per quello che realmente sono. Che cosa cambia il loro percorso di vita? L’amicizia, l’amore e il contatto (vero e sincero) con l’altro, con un altro essere umano. Da quel momento la vita riprende a scorrere nelle vene delle due protagoniste. Renée riscopre l’amore a lungo negato a se stessa e agli altri e si apre a nuove esperienze; Paloma ritorna sui suoi propositi suicidi ed egoisti.
Insomma, il romanzo è una denuncia dell’aridità e dell’ipocrisia della società odierna, dove per essere apprezzato ti devi omologare alla massa. Guai ad essere una voce fuori dal coro! Guai ad essere una persona intelligente e con degli interessi! Guai ad essere una persona riflessiva e profonda! Per sopravvivere bisogna, ahimè, nascondersi… sì, queste persone fanno paura ai più, perché fanno riflettere, perché vedono la realtà in modo diverso e con più sfaccettature, perché vengono a minacciare il tran tran quotidiano e un equilibrio precario faticosamente costruito e dietro il quale ci si nasconde.
Ma il romanzo è anche e soprattutto una piccola luce di speranza e di ottimismo: basta poco, ci dice la Barbery, per sconfiggere questa moderna “malattia”. Basta avere la voglia, la curiosità e il coraggio di avvicinarsi al prossimo e di condividere con esso le piccole gioie della vita.

mercoledì 15 aprile 2009

6 NAZIONI 2009: PER ASPERA SIC ITUR AD ASTRA

Dopo una lunga pausa di riflessione, rieccomi a commentare la fine di questo Sei Nazioni 2009.
Il titolo del post già descrive e riassume in modo esauriente quello che penso e che ho scritto da un mese a questa parte.
Per chi non è pratico di latino, traduco: il nostro Seneca nell’ Hercules furens (atto II, v. 437) intende, letteralmente, “attraverso le asperità alle stelle”. Eh, sì, la via che porta alle cose alte è piena di asperità. Nessuna definizione è stata più calzante per i nostri rugbisti azzurri.
Voli pindarici a parte, torno con i piedi per terra per tirare le somme di questa esperienza.
Sinceramente… non mi importa nulla di come è andato questo 6 Nazioni: mi sono divertita, ho fatto un’esperienza nuova, ogni partita è stata emozionante, al di là del risultato. L’atmosfera di una partita di rugby è unica, grazie alle tifoserie, le migliori di qualsiasi altro sport. Quale tifoso canterebbe a squarciagola il proprio inno nazionale mentre la sua squadra perde 8 a 45? Quale tifoso si indignerebbe di fronte al lancio di una bottiglietta in campo a tal punto da buttare fuori dallo stadio l’autore del gesto incivile? Quale tifoso andrebbe a bere una birra con l’avversario dopo una sonora sconfitta?
Adesso c’è un po’ tristezza perché non ci sono più partite da vedere, ma soprattutto perché dall’anno prossimo i diritti del 6 Nazioni li ha comprati Sky. Quindi, sì, si farà lo sforzo (di natura solo economica, si intende) per seguire la nostra nazionale per mezza Europa, ma, purtroppo, le altre partite del torneo ce le scordiamo…
Non so come andrà il torneo l’anno prossimo. Non mi interessa. Quello che più conta è rivivere quelle splendide emozioni provate alle partite, fuori e dentro lo stadio e tifare con tutto il cuore.
Da una settimana il calendario delle partite del prossimo 6 Nazioni 2010 è stato reso noto. Sono già in fibrillazione! Si ricomincia! E l’anno prossimo sarà ancora più spettacolare perché andrò anche alle trasferte. Chissà come sarà l’atmosfera al Millenium Stadium a Cardiff o allo Stade de France a Parigi? Non vedo l’ora di vivere tutto questo sulla mia pelle!!!!!!
E nell’attesa mi gusterò i test-match di novembre, in Italia, stadi da definire, portandomi dietro un nutrito stuolo di amici, che mi seguono fiduciosi sull’onda del mio entusiasmo. Vediamo se gli azzurri riusciranno per quel periodo a ritrovare la forma e un po’ di concentrazione. Per il momento le belle ali dei nostri ragazzi sono ancora di cera, speriamo che in futuro non si avvicinino troppo al sole con sfrontatezza e presunzione.