martedì 23 settembre 2008

Non buttiamoci giù di N. Hornby

"Non buttiamoci giù" di Nick Hornby, Guanda Editore, titolo in orignale
A Long Way Down.
La notte di Capodanno, in cima ad un palazzo di Londra, si incontrano per caso quattro sconosciuti. Non hanno nulla in comune, tranne il fatto che vogliono buttarsi di sotto. Martin è un famoso conduttore televisivo che si è giocato la carriera andando a letto con una minorenne. Maureen è una donna che ha dedicato la sua vita al figlio gravemente disabile. Jess, adolescente sboccata e molesta, vuole farla finita perché il fidanzato l' ha mollata. L'ultimo è l'americano JJ, un musicista fallito e deluso dalla vita. Dopo una serie di fatti curiosi, i quattro decidono di scendere dal tetto e di affrontare insieme il difficile compito di ricominciare a vivere.
Romanzo corale, non è uno dei migliori di Hornby, anche se il tema trattato porta ad una serie di riflessioni interessanti. Ad esempio: chi pensa al suicidio? Le persone sensibili, anzi direi quelle troppo sensibili per vivere. Come dice uno dei protagonisti del libro:
" Alcuni che sono morti, gente troppo sensibile per vivere: Van Gogh, Virginia Woolf, Jackson Pollok, Primo Levi, naturalmente Kurt Kobain. Alcuni che son vivi: George W. Bush, Arnold Schwarzenegger, Osama Bin Laden. Mettete una crocetta di fianco alle persone con cui potrebbe piacervi bere qualcosa, e poi guardate quali stanno tra i morti e quali tra i vivi..."
Ho sempre considerato le persone inclini al suicidio come persone molto profonde che avessero motivazioni altrettanto profonde per "buttarsi di sotto". Questo libro, invece, mette in scena quattro persone normali che conducono una vita normale, ma con il male di vivere. Le loro motivazioni non sono grandi motivazioni, sono spinti al suicidio anche da cause banali (il fidanzato mi ha mollato e voglio farla finita) . Ma non importa quale sia la motivazione; queste persone non hanno nulla a cui aggrapparsi, non vedono alcuna luce che li guidi dal fondo del baratro in cui sono caduti. Non ci vogliono grandi motivazioni per farla finita, basta soltanto la motivazione di non avere neanche una pur minima scappatoia. Allora la mia domanda è: perché si arriva a tutto questo? perché alcune persone non riescono a sopravvivere? chi riesce a sopravvivere? Come ha detto una volta il mio insegnante di cinema (il mitico Carlo Cesaretti), il mondo che ci circonda è uno schiacciasassi e quelli che sono troppo sensibili, fanno il doppio della fatica rispetto ai superficialoni a trovare il proprio posto e uno scopo nella vita.
La morale, alla fine, è sempre quella: non si riesce a sopravvivere senza l'aiuto delle persone che ci circondano.
Il personaggio di JJ è l'alter ego di Hornby. Le sue riflessioni sono molto più sentite di quelle degli altri personaggi. Lo stile di scrittura si adatta a seconda del personaggio. Hornby si cala al cento per cento nella psicologia del personaggio, e per questo motivo è a tratti difficile da seguire, soprattutto i dialoghi in slang giovanile.
Consiglio il romanzo a coloro che sono su di morale! Certo non è una passeggiata leggerlo, perché, come ho detto prima, scava parecchio a fondo. Vale comunque la pena.

Cercando nel buio di E. George

"Cercando nel buio" di Elizabeth George, TEA Edizioni. Titolo in originale A Traitor to Memory.
La storia ha inizio a Londra in una notte buia e tempestosa: una donna, Eugenie Davies, viene travolta intenzionalmente da un'auto sbucata dall'oscurità. Chi e perché ha ucciso la madre del famoso violinista Gideon Davies? Forse questo ha a che fare con il fatto che il violinista è stato colpito inspiegabilmente da una grave forma di amnesia che da mesi gli impedisce di suonare?
A seguire il caso c'è Thomas Lynley, ispettore di New Scotland Yard e la sua aiutante, Barbara Havers.
Ho letto diversi libri della George e questo non mi ha entusiasmato molto: ho fatto fatica ad arrivare in fondo. Sono ben 737 pagine e solo nelle ultime 100 la vicenda riesce ad appassionare un po'.
L'ambientazione del romanzo, come tutti quelli dell'autrice, è inglese. I protagonisti sono sempre gli stessi: l'affascinante ispettore di New Scotland Yard, Thomas Lynley, naturalmente bello, ricco e nobile (potrebbe tranquillamente ritirarsi a fare il Lord di campagna nella sua proprietà in Cornovaglia), sposato con una Lady (...). Il braccio destro dell'ispettore è il sergente Barbara Havers, la tipica donna grassoccia, bruttarella, un po' avanti con l'età , ovviamente zitella. Infine, i coniugi St James (la coppia felice...), che aiutano i due personaggi principali nelle indagini.
"Cercando nel buio", come ho detto prima, è un po' noioso. I capitoli dedicati alle indagini (pochi e brevi) si intervallano con capitoli in cui si concentra l'attenzione sul violinista: lunghe e barbosissime sedute psicoanalitiche, nelle quali il ragazzo va alla ricerca del perché ha avuto questo blocco nel suonare. Tutto questo dovrebbe essere funzionale alla narrazione e svelare a poco a poco come sono andati realmente i fatti e farci capire chi è il colpevole. In realtà non è così: l'autrice, secondo me, non riesce a creare la giusta tensione e suspense. Infatti ho scoperto l'assassino e le motivazioni che lo hanno indotto ad uccidere circa a metà del libro.
Non mi è piaciuto, insomma, il modo in cui la George ha dipanato la matassa: la storia è molto incentrata sul violinista e poco sulle indagini. Il caso è sì risolto, alla fine, dagli investigatori, ma il tutto è svelato dalle sedute psicanalitiche del ragazzo. Scotland Yard non fa altro che arrestare, alla fine, il colpevole. C'è poca azione e troppa psicologia.
Quello che mi piace di questa scrittrice è che ha un modo di scrivere molto realistico, poco romanzato, a volte, addirittura, molto crudo, nel descrivere le situazioni. Mostra la realtà, anche la più scomoda, così com’ è. I problemi di scottante attualità, infatti, che riguardano la nostra società, sono affrontati come realmente sono e si presentano. Tanto per citarne alcuni: i giovani e la droga, la vivisezione degli animali, l'alcolismo.
I personaggi sono tutti ben definiti da un punto di vista psicologico. Dei protagonisti, in particolare, si dice molto sulla loro vita. In ogni romanzo la vicenda personale dei protagonisti procede, non rimane sempre la stessa. Infatti i libri della George andrebbero letti in ordine cronologico.
Questo è interessante, perché il personaggio non rimane fossilizzato e stereotipato nel suo carattere, ma si evolve con l'evolversi della sua vita personale. In ogni romanzo il personaggio acquisisce sfaccettature diverse. E' interessante, a mio avviso, che l'autrice sviluppi, parallelamente alle indagini, la vita dei personaggi principali.

venerdì 19 settembre 2008

La donna del fiume di C. Robb

"La donna del fiume" di Candace Robb, Edizioni Piemmepocket, titolo in originale The King's Bishop.
Inghilterra, 1367. Quando il cadavere del giovane paggio del potente sir William viene trovato in un fossato, tutti i sospetti cadono su Ned Townley, spia al servizio del Duca di Lancaster. Poco prima del delitto era stato proprio lui a minacciare il ragazzo, ed erano in molti ad averlo udito.
Una volta venuto a conoscenza della morte, a Londra, della sua fidanzata e colpito da una seconda accusa di omicidio, Ned non può fare altro che affidarsi al suo vecchio amico, Owen Archer. Sarà proprio quest'ultimo a dover fare luce sulla complessa trama di intrighi in cui Ned è intrappolato e sciogliere il segreto che si cela dietro quelle morti. Un segreto che qualcuno molto vicino al re vuole difendere a tutti i costi.
Ho scelto di leggere questo libro per pura curiosità: l' autrice viene indicata come un nuovo talento della letteratura thriller medievale e volevo toccare con mano se era vero. Devo dire che è brava; il libro mi è piaciuto, è scritto bene, riesce a creare quella giusta suspense che ti invoglia ad andare avanti nella lettura.
In più, i fatti narrati sono storia vera e i personaggi realmente vissuti nel XIV secolo. E' interessante il fatto che la Robb si sia basata su fatti storici e personaggi reali e abbia dato una sua interpretazione di come possano essere andate le cose, di come i protagonisti possano essersi comportati nella vicenda e di quali tresche potevano celarsi dietro ai fatti storicamente riconosciuti.
Nel romanzo, infatti, si intrecciano due vicende storiche: la battaglia di Re Edoardo III per far nominare William di Wykeham vescovo di Winchester, e la misteriosa relazione di Alice Perrers con sir William di Wyndesore. Ovviamente sono andata a controllare sul libro di storia medievale, ma ho trovato informazioni solamente su re Edoardo III e soltanto di tipo politico; gli altri personaggi, anche se realmente esistiti, sono di importanza minore e non vengono trattati in un libro di testo. Probabilmente in un testo di sola storia inglese può essere trovato un accenno ai protagonisti della vicenda. Alla fine della storia fa capolino un altro personaggio realmente esistito: Goffrey Caucher, poeta inglese, noto ai più per avere scritto "I racconti di Canterbury". Nel romanzo viene presentato come "un cortigiano che ha scoperto di essere un poeta", dotato di sottile arguzia e "tra i pochissimi uomini a corte capace di strappare una risata a Edoardo III".
Come dicevo prima, il romanzo è storico e basato su fatti realmente accaduti. Mi sarebbe piaciuto, però, se l'autrice si fosse soffermata di più sui diversi particolari della vita quotidiana. Mi spiego meglio: la moglie di Owen Archer, uno dei protagonisti, è farmacista; si poteva prendere spunto da questo per descrivere i rimedi dell'epoca per le persone malate. Oppure, poteva descrivere meglio le condizioni di vita del tempo. Si poteva, insomma, soffermare di più sulla storia non ufficiale, apparentemente insignificante, ma molto interessante.
Comunque, la volontà c'è: in fondo al libro troviamo un interessante glossario per i non addetti ai lavori, che dà la spiegazione di alcuni termini del linguaggio dell'epoca usati nel romanzo.
I protagonisti sono tratteggiati a grandi linee, non c'è molto scavo psicologico. Ho trovato la scrittrice molto brava nella descrizione delle situazioni e nella costruzione dei dialoghi, realistici per l'epoca.
Una nota sul titolo italiano: "La donna del fiume" c'entra un po' come i cavoli a merenda! Il titolo originale, infatti, fa riferimento ad uno dei personaggi principali del romanzo, che tira un po' le fila della storia, il vescovo, appunto. Mentre la donna del fiume è una misteriosa levatrice che compare pochissime volte. Mah, sarà che faceva più scena dare questo titolo...

lunedì 15 settembre 2008

Lo Stadio Flaminio

Roma, 22 agosto 2008, ore 12.49…
Da Villa Borghese ci sono voluti una manciata di minuti per arrivare. Sono in macchina con un’amica, le strade di Roma sono stranamente deserte, forse è complice anche l’ora. Sono emozionata, stiamo puntando verso lo Stadio Flaminio, il tempio italiano del rugby, la sede delle partite della Nazionale Italiana al 6 nazioni! Passiamo per uno dei quartieri più “in” della città, i Parioli. Scorgo tra gli alberi gli alti piloni delle luci dello stadio. Poi…eccolo! parcheggiamo proprio lì davanti. Scendo dalla macchina e provo all’improvviso un po’ di malinconia: tutto intorno a me è deserto e silenzioso. E’ come stare in un teatro vuoto, dove non ci sono né attori, né spettatori, a sipario calato, a rappresentazione finita. Ma poi mi sono avvicinata al cancello, alla mia entrata, alla mia tribuna scoperta e sono affiorate le emozioni: ho visto me salire le gradinate e prendere posto per assistere ad uno degli spettacoli sportivi più belli; ho visto il pullman della Nazionale arrivare nello spiazzo; ho visto Mauro e Mirco scendere con la grinta dei gladiatori pronti alla battaglia; ho visto la folla di tifosi arrivare festante; ho visto i pali della linea di meta…chissà quante mete faremo oltre quella porta…


giovedì 11 settembre 2008

Lampi d'estate di P. G. Wodehouse

"Lampi d'estate" di P.G. Wodehouse, Edizioni TEADUE, titolo in originale, Summer Lightning
"Lampi d'estate" fa parte del ciclo del Castello di Blandings, residenza di Lord Emsworth che si trova nello Shropshire, a poche ore di treno da Londra. Il Castello, risalente a circa la metà del XV secolo, sorge isolato, circondato da un vasto parco, un piccolo lago, campi da tennis, il giardino delle rose, gli orti...insomma la tipica magione inglese di fine Ottocento. Questo luogo è lo scenario delle storie del Castello, dove si aggirano personaggi irresistibili: nobili attempati, giovani ereditiere, artisti squattrinati, gelide aristocratiche, governanti fedeli, maggiordomi inappuntabili e saggi porcai.
Protagonista del ciclo è il personaggio senza dubbio più divertente: Lord Clarence, nono Conte di Emsworth, vecchietto sulla sessantina, vedovo, un po' rimbambito, afflitto da una sordità psicosomatica, che ama soprattutto la pace e il silenzio. Ha una grande passione: la sua scrofa da competizione, l'Imperatrice di Blandings. Come dice lo stesso Wodehouse: "Gli occhi miti di Lord Emsworth brillavano sempre quando nominava quel nobile animale, l'Imperatrice di Blandings. Il nono conte era un uomo di poche e semplici ambizioni. Non aveva mai desiderato forgiare i destini dello Stato, dettarne le leggi e far discorsi alla Camera dei Lord [...] Tutto ciò cui aspirava, quale riconoscimento da farlo accogliere nell'England's Hall of Fame, era riuscire a far vincere per il secondo anno consecutivo il primo premio [...] alla sua scrofa di razza, l'Imperatrice di Blandings, appunto, alla Fiera dello Shropshire, categoria porcelli grassi".
I romanzi di Wodehouse rappresentano la classica commedia degli equivoci. In ogni romanzo, infatti, ritroviamo i classici ingredienti: coppie di innamorati il cui matrimonio è impedito da genitori e parenti, scambi di persona, deus ex machina... E' uno Shakespeare in prosa, meno lirico, ma altrettanto arguto e divertente.
In "Lampi d'estate" troviamo Lord Emsworth angosciato per la sparizione della sua amata scrofa. Ovviamente il rapimento è stato architettato dal nipote del conte, che vuole sposare una ballerina e che crede di ricevere la approvazione dello zio (e anche una grossa somma di denaro per la futura vita matrimoniale!!) se fa finta di avere ritrovato eroicamente l'Imperatrice.
Preoccupazione maggiore, però, che aleggia per tutte le pagine del romanzo, è la minaccia della pubblicazione di un libro di memorie del fratello del conte, Galahad Threepwood. Affettuosamente chiamato dai familiari "Gally", è l'unico membro dello sterminato parentado di cui Lord Emsworth ricerchi la compagnia. Conclusa la carriera di libertino per raggiunti limiti di età, si aggira per Blandings meditando, appunto, di pubblicare le sue Memorie, dove si raccontano aneddoti divertenti e dissacranti che riguardano tutti o quasi tutti i nobili di Inghilterra. Personaggio svagato e divertente, è lui il deus ex machina della situazione: interviene al momento giusto per rimettere le cose al loro posto.
Gli altri personaggi che fanno da contorno alla vicenda sono la sorella del conte, Lady Constance, la classica severa aristocratica inglese, quella che teme più di tutti la pubblicazione del libro: ha già un fratello "matto" che pensa solo al bene di una scrofa, ci manca anche l'altro che getta ridicolo sulle persone più potenti d'Inghilterra, raccontando le marachelle che hanno commesso in gioventù!! Troviamo anche un investigatore pasticcione, ingaggiato dal conte per ritrovare la scrofa, il segretario di Lord Emsworth, innamorato, naturalmente, della bella nipote del conte e il nemico di sempre, Sir Gregory Parsloe-Parsloe, concorrente di Lord Emsworth nell'allevamento dei suini, che acquista una scrofa eccezionalmente grassa, la Regina del Matchingham, per gareggiare contro l'Imperatrice.
Degno di nota, infine, è il personaggio del classico maggiordomo inglese, Beach: "[...] faccia da candidato alla apoplessia, artritico, con aria di dignitosa apatia , mani grassocce e occhi appannati. [...] Soffre spesso di terribili emicranie, presumibilmente dovute al terrore che nutre nei confronti del socialismo" .
Il libro è molto divertente, mi è piaciuto, come tutti i libri di Wodehouse: non ci sono grosse novità circa la trama o i personaggi rispetto agli altri romanzi che ho letto. Quello che diverte di più, a mio avviso, è lo stile della narrazione: veloce, arguto, pieno di humor.
Comunque, secondo me, si ride a prescindere: se si pensa che il protagonista del romanzo è un conte inglese che ha come unico scopo della sua esistenza la cura di una scrofa...

Sai Tenere un Segreto? di Sophie Kinsella

“Sai tenere un segreto?” di Sophie Kinsella. Edizione I Miti Mondatori. Titolo in originale Can You Keep a Secret?
Emma Corrigan è una ragazza come tante. Ha 25 anni, è carina, è assistente marketing in una multinazionale. Nel viaggio aereo di ritorno da Glasgow a Londra svela tutti i suoi segreti allo sconosciuto seduto di fianco a lei, convinta che non lo rivedrà mai più. Ma il giorno dopo, in ufficio, scopre che lo sconosciuto dell’aereo è il mega dirigente americano, fondatore dell’azienda per la quale lei lavora. Lui saprà tenere il segreto?
Il libro è divertente e scorre via velocemente. La protagonista è un po’ stereotipata, come tutte le eroine di questi romanzi rosa: è una pasticciona, ma alla quale, in fondo in fondo, va sempre tutto bene. Si prende il lusso di mollare il bel fidanzato, alto biondo e con gli occhi azzurri che le ha appena chiesto di sposarlo. E per chi? Ma naturalmente per il super-mega dirigente, nonché fondatore della multinazionale per la quale lavora e che è, ovviamente e scontatamente straricchissimo, bellissimo, gentilissimo, innamoratissimo e chi più ne ha, più ne metta!
Emma è proprio una Cenerentola moderna, adattata al nuovo millennio; gli ingredienti ci sono tutti: per prima cosa ha una cugina-sorellastra rimasta orfana che da piccola va a vivere con la famiglia della protagonista e alla quale vanno tutte le attenzioni degli zii; in secondo luogo, in ufficio è considerata l’ultima ruota del carro (mentre la vera Cenerentola puliva i pavimenti, questa viene destinata alle mansioni più basse); per finire, il Principe Azzurro (che nelle fiabe moderne è un uomo sui 35-40, bello, affascinante e ultra ricco, ragazze, prendete nota) che si innamora follemente di lei e la salva da una vita di soprusi lavorativi, promuovendola a responsabile marketing (ma così siamo capaci tutti!!) e che invece del cavallo bianco, è corredato di una limousine grigio metallizzata.
Il tema centrale del libro sono i segreti: è meglio avere dei segreti o spiattellarli alla prima occasione? La morale, secondo me, è che in un rapporto di coppia è meglio essere sinceri il più possibile (anche se tenere per sé qualche piccolo segreto non guasta, tanto per rimanere un po’ misteriosi e tenere in vita il rapporto!). A parte tutto, condivido il punto di vista della scrittrice: con il proprio partner è meglio essere sinceri, dirsi tutto e farsi conoscere realmente per quello che si è, con i propri pregi e difetti, punti di forza e debolezze. E questo credo che dovrebbe valere in generale, per qualsiasi tipo di rapporto affettivo. E’ inutile nascondersi dietro una facciata ipocrita che non ci appartiene: risulteremmo solo falsi, poco spontanei e poco credibili, in due parole, ridicoli. Prima o poi la verità salta fuori, tanto vale farsi conoscere così come si è: se gli altri non ci apprezzano per come siamo, non vale la pena di frequentarli. Quanto tempo prezioso si risparmierebbe!!
Nonostante io critichi (quasi) sempre questi libri rosa, soprattutto per l’inverosimilità delle storie, continuo e continuerò imperterrita a leggerli, perché sono scritti bene e sono molto divertenti. Sono piacevoli da leggere, ti fanno sognare un po’ e ti distaccano dalla cruda realtà!!! Anche se raccontano di storie inverosimili, è bello immedesimarsi nelle protagoniste e “vivere” con loro la storia di cui fanno parte.
Comunque, anche se sembrano superficiali, contengono un fondo di verità. Mi riferisco soprattutto a quello che le protagoniste provano quando si trovano ad affrontare alcuni problemi, sentimentali e non: molte volte mi sono sorpresa a pensare “anche io mi sono sentita così”, “anche io la penso in questo modo” o “anche io avrei reagito allo stesso modo”. Questo dimostra, a mio avviso, che queste scrittrici rosa sanno bene il fatto loro e sanno bene come arrivare alle lettrici: le protagoniste sono stereotipi (con le quali ci immedesimiamo perché tutte noi vorremmo avere storie simili a lieto fine, ammettiamolo) ma hanno sentimenti veri, reagiscono alle cose della vita come le persone comuni.

Il Codice da Vinci di Dan Brown

Il “Codice da Vinci” di Dan Brown, edizioni Mondadori, titolo in originale The da Vinci Code.
Cominciamo dal contenuto, tratto direttamente dalla quarta di copertina: in una tranquilla notte parigina, nella Galleria del Luovre, viene assassinato il vecchio curatore Saunière. Accanto al suo cadavere la polizia trova ciò che lo storico dell'arte è riuscito a scrivere prima di morire: alcuni numeri, poche parole e il nome di Robert Langdon, celebre studioso di simbologia. Sarà proprio quest'ultimo a capire che il collega gli ha lasciato un messaggio oscuro e pericoloso, che lo mette a confronto con uno dei più grandi geni della storia, Leonardo da Vinci. Chi era Leonardo? Che segreto si cela nei suoi dipinti e nelle sue invenzioni? Sono questi gli interrogativi che Langdon deve risolvere per capire i segreti di una potente setta che sta tentando da secoli di trasformare la storia dell'umanità.
Mi stupisco come questo libro abbia avuto molto successo in Europa. Gli americani sono dei bambinoni, questo lo sappiamo bene: basta solo accennare ad una leggenda della vecchia Europa, che vanno in brodo di giuggiole e non capiscono più niente; sono affascinati (data la loro ignoranza in campo umanistico) da argomenti che per noi sono triti e ritriti. Mi ha fatto molto ridere, a tale proposito, quando i tre protagonisti (tutti esimi e stra-titolati crittologi, storici dell'arte e studiosi di simbologia) stanno pagine e pagine a lambiccarsi per scoprire che Leonardo scriveva da destra a sinistra, in modo speculare. Ma per piacere! Questo si sa dalle scuole medie!!!! E' la prima curiosità su Leonardo che gli insegnanti raccontano agli studenti.
Senza pensare poi alle prodezze pseudo hollywoodiane che i personaggi compiono. Ma come è possibile credere che un uomo anziano con una pallottola nello stomaco riesca a staccare dalla parete un quadro abbastanza grande e pesante, preparare diversi indovinelli e scriverli in pochi minuti, andare da una stanza all'altra di un museo (l'azione si svolge nel Luovre, quindi le sale sono molto ampie...), a spogliarsi completamente, posizionarsi come l'uomo vitruviano e morire...e il tutto condotto con una lucidità pazzesca! Provate voi a fare tutto quel chiasso al museo del Louvre in piena notte e poi vediamo cosa succede!
Insomma, il Codice da Vinci è un giallo sconclusionato e scritto in maniera superficiale, dove non succede assolutamente nulla e dove le sconvolgenti scoperte narrate sono già note. Durante la lettura mi sembrava di assistere ad una lezione del professorino Dan Brown, che per rendere meno noiosa l'ora di lezione, si inventa la favoletta della crittologa e dello studioso di simbologia in caccia dell'assassino. Le tesi dell'autore, che lui cerca di spacciare per rivoluzionarie, sono vecchie, superate, attendibili quanto le promesse di un marinaio e la storia di contorno assolutamente inverosimile.
E qui arriviamo ai personaggi: non hanno un minimo di spessore e sono tutti già visti. C'è il professore cinquantenne, belloccio, scapolo, paragonato dallo stesso autore a Indiana Jones (...); l’affascinante crittologa dai capelli rossi, anglo-francese (e sennò, come fanno a comunicare i due!) che manda in visibilio tutti gli esseri umani di genere maschile; il monaco albino, grande e grosso, un po' scemo (vi dice qualcosa "Il nome della rosa" di Eco?); il poliziotto francese tutto d’un pezzo, perseguitato dalla classica sfiga, che arriva sempre un secondo troppo tardi; il super-mega-ultra miliardario inglese, trasferitosi in Francia, che sa tutto e risolve tutto. Insomma, la classica sceneggiatura da film americano, dove non manca, udite udite, lo scontatissimo happy end, con tanto di bacio al tramonto nella campagna scozzese (esiste qualcosa di più romantico?!).
I personaggi risolvono enigmi da settimana enigmistica per i più piccoli dopo folgorazioni celestiali; mentre il lettore sogghigna (perché ci è arrivato anni luce prima di loro) e va avanti nella lettura, non tanto perché preso dalla trama, quanto perché vuole vedere quanto sono idioti i protagonisti e quante pagine ci mettono a risolvere l'arcano. Effettivamente, è stato proprio questo che mi tenuta incollata al libro. Devo dire che mi sono fatta delle grasse risate.
Ma lo conosce Dan Brown il clima culturale dell'epoca di Leonardo? I grandi artisti come Leonardo e Michelangelo avevano altro a cui pensare che infarcire i loro quadri di simboli e messaggi cifrati da mandare ai posteri. E comunque, a me non viene da accostare una figura come Leonardo, il prototipo dello scienziato, alle sette segrete. Una personalità come lui, estremamente razionale.. per me stona un po'... Mi viene addirittura da pensare che il nostro Dan non sappia che da Vinci non è il cognome di Leonardo, ma indica la città di provenienza....
E poi, tutte quelle fesserie sul Santo Graal!Con una forzatura sulla etimologia si arriva, a grandi linee, a questo risultato: Santo Graal = Sang Real (in una presunta lingua celtica) = Sangue Reale = Sangue del figlio di Gesù e Maddalena = ventre di Maddalena. Che bella equazione matematica...
Io non so molto sul Graal, ma fonti molto attendibili e preparate, mi hanno assicurato che il Graal è proprio una coppa, tangibile, che è stata ritrovata un po' di anni fa... Secondo me è più preparato Steven Spielberg che in "Indiana Jones e l'ultima crociata" ci racconta che la leggendaria coppa esiste davvero e ce la fa pure vedere!
Quali altre avventure affronterà nei prossimi romanzi il nostro Langdon? Andando avanti di questo passo il nostro caro Dan ci svelerà qualcosa sul caso Roosevelt o, ancora più importante, chi ha ucciso Kennedy...
La domanda che mi è sorta spontanea è questa: ma non è che Dan Brown ha scritto volontariamente un libro pieno di errori e sciocchezze per vedere quanti ci cascavano? E' preoccupante constatare che ci sono cascati in tanti; ma è ancora più preoccupante e deludente la mancanza di rispetto per i lettori. Sì, perché se le cose stanno così, l'autore ha contato proprio sull' ignoranza dei lettori, che hanno preso per vere tutte le sue strampalate teorie, salutandolo come il nuovo grande studioso, detentore di chissà quali verità.
Che altro dire? se lo leggete, vi do' un avvertimento da setta segreta: non credete a tutto quello che Brown vi racconta sulla interpretazione dei quadri e su Leonardo: sono tutte fandonie! A cominciare dalla bufala del millennio relativa all'ultima cena. Dan Brown sostiene che il personaggio vicino a Gesù non sia S. Giovanni evangelista, ma Maddalena. Ma quale Maddalena? S. Giovanni è solo un giovinetto al momento della Passione e quindi viene sempre rappresentato con tratti giovanili rispetto agli altri apostoli (senza barba e con i lineamenti del viso non propriamente maschili com’è tipico dell’età pre-puberale). Anche in altre rappresentazioni che riguardano lo stesso tema dell’ultima cena viene sempre raffigurato con questo atteggiamento, come se fosse addormentato, ad indicare la sua estraneità al tradimento: la sua coscienza è così pulita, che riesce a dormire anche in quel momento di estrema tensione per gli altri apostoli. E poi mi pare naturale l’atteggiamento di tutti gli altri apostoli, ovviamente sconvolti per l’affermazione appena fatta da Gesù, ovvero che uno di loro lo avrebbe tradito. Ci sono molti simbolismi nascosti nelle opere di Leonardo, ma non sono certo così banali...